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Francesca Pecorari

Speciale

Parla la sorella, Federica Pecorari

by Redazione Luglio 23, 2018
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“Essendo un’azienda familiare la nostra, faccio un po’ di tutto”. A parlare è Federica Pecorari, sorella di Francesca, la “piccola” di casa. È lei che oggi comunica Lis Neris, l’azienda di famiglia, nel mondo. “Tradizione, identità, territorio, riconoscibilità: sono i vini che parlano da soli, io mi limito a dargli voce, ad accompagnarli in un percorso che è solo loro”. Questo accade quando si punta tutto quello che si ha sulla qualità estrema, senza compromessi, applicando un’etica di vita al lavoro. Lavoro in cui una famiglia dopo la perdita di una sorella e di una figlia si è buttata a capofitto, rimboccandosi le maniche, riprogettando il percorso ma non gli obiettivi. Federica è di poche parole, come sottolinea anche lei: precisa, misurata, perfezionista. E molto concreta. “Sono io quella che viaggia, merito del mio inglese”, ci racconta. “Porto Lis Neris nel mondo, concludo i contratti, mi occupo del marketing. Siamo presenti in tutta Europa, in diversi paesi dell’Asia, in Australia, Nord America, qualche isola del Centro America. Difficile quantificarne il numero preciso. Il mio futuro? Non mi piace fare previsioni ma mi vedo qui”. Federica la incontriamo in Friuli Venezia Giulia, nella sede aziendale di San Lorenzo Isontino (Go) durante la festa di compleanno in memoria della sorella. Una festa che abbiamo raccontato su questo sito e che ha visto la presenza di diversi amici produttori con il proprio vino del cuore, ricavato devoluto alla Fondazione Francesca Pecorari. “Non ci sono vini cui mi sento particolarmente legata, non esiste quello che mi fa partire col presupposto di acquistarlo perché in Italia come all’estero c’è una varietà tale con possibilità di scelta infinite che mi rendono difficile focalizzarmi su un solo prodotto. Oggi la qualità si è alzata in maniera abbastanza uniforme in molti paesi, penso al Sud America e in particolare al Cile, dove il balzo in avanti è stato significativo, ma anche a Napa Valley in California, all’Australia e alla Nuova Zelanda. Il nostro Friuli Venezia Giulia ha un potenziale incredibile, fantastico e noi dobbiamo rimboccarci le maniche in un’ottica unitaria di marketing e comunicazione, dobbiamo farci sentire con la voce un po’ più grossa. Credo che sia solo questione di tempo”.

E poi Fatto in Paradiso, il vino il cui ricavato è destinato alle attività della onlus a sostegno dell’infanzia disagiata nel mondo. E la cui inconfondibile etichetta colorata è stata disegnata da Francesca, che sognava un vino particolare, forse che un po’ le assomigliasse, a cominciare dal nome. Probabilmente un vino che esprimesse già nei colori la gioia di vivere della sua età: il giallo, il rosso, il blu, il nero, sottrazione di tutti i colori, e il bianco, la loro somma. Sottrazione e somma quasi a significare che tutto si riduce a uno. “Fatto in paradiso è proprio un vino del cuore”, spiega Federica. “È stato creato con lo scopo di portare un sorriso alle persone, in particolare ai bambini che sono nel bisogno. È un vino che vuole trovare uno spazio suo. E per questo non andiamo a spiegarlo nei dettagli dal punto di vista degustativo e della sua composizione. È firmato da noi che ne garantiamo la qualità. Sono previsti dei varietali fissi ma ogni annata può leggermente variare”. E continua: “Centrale è la sua etichetta realizzata da mia sorella. Avevamo intenzione di fare un vino nuovo Lis Neris ed è lei che ha deciso che si sarebbe chiamato Fatto in Paradiso, come la canzone dei Queen Made in Heaven, che amava particolarmente. Purtroppo il progetto non è partito. Ma quando è successo tutto ed è nata la fondazione “lui” era già lì a chiamarci e noi abbiamo semplicemente risposto. Il dopo Francesca è stato molto duro, abbiamo cercato di trarre dal negativo qualcosa di positivo, come attribuire il valore giusto alle cose e capire ciò che veramente è importante nella quotidianità. Tutto questo per me, oggi, sono gli affetti, le passioni, che non significa mettere da parte il lavoro, che deve essere una passione altrimenti non avrebbe senso. Ma anche riuscire a dare i tempi giusti alle cose giuste, non fasciarsi troppo la testa dietro a ciò che non merita tutto il tempo che spesso gli dedichiamo”.

Francesca che in azienda aveva appena iniziato a muovere i primi passi. Francesca che stava trovando la sua strada. “Abbiamo iniziato a lavorare nel marketing all’estero quando avevamo 14 o 15 anni ed è stata una bella scuola, molto formativa. Lei aveva iniziato a sviluppare un aspetto della comunicazione un po’ più creativo, al di fuori degli stereotipi”. Continua: “Era la mia migliore amica. Essendo io timida, sapeva tirar fuori la mia parte più festosa, gioiosa. Mi ha fatto veramente da sorella maggiore, mi ha sempre aiutata in tutte le situazioni difficili. Lei era quella più estrosa, creativa, anche per questo suonava e amava la musica come la può amare chi capisce le note. Io, invece, devo avere tutto a posto”. Due sorelle, diverse ma complementari. Ed è proprio in questa diversità che probabilmente nasce la loro sintonia perfetta, l’attrazione degli opposti. L’immagine è ben espressa da Federica, che sa cogliere con un solo concetto una vita intera: “Lei era quella che lanciava per aria i fiori, io ero dietro a raccoglierli”.

 

Per maggiori informazioni e per sostenere i progetti della Fondazione: come partecipare.

 

Luglio 23, 2018 0 comments
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Francy&Friends

CHRISTIAN FUMAGALLI, L’AMICIZIA È…

by Redazione Luglio 7, 2018
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Conosciamo pian piano gli amici di Francesca. Sono loro a condurci nel suo mondo. Oggi vi parliamo di Christian Fumagalli, amico di famiglia ma anche tra i soci fondatori della onlus. Christian è un uomo della terra e applica i valori in cui crede nella vita al lavoro. A chi gli chiede se era amico di Francesca lui risponde: “Io sono suo amico”. E questo la dice lunga sul significato della parola “amicizia”. Gli amici si scelgono, non te li ritrovi a caso al tuo fianco. E tutti noi ne vorremmo uno così: profondo nel pensiero, autentico, fedele negli anni. E misurato nelle parole come nello stile di vita. In quel “sono” si percepisce l’autenticità di un sentimento puro che non si è spento col passare del tempo e degli avvenimenti ma si è arricchito attraverso l’attività della fondazione di tanti altri “sono”, di tanti altri amici. E quindi quel “sono” oggi ha ancora un senso. “Quando è successo l’incidente stradale, in pratica a cinquecento metri da casa, l’azienda vitivinicola dei suoi genitori stava iniziando ad affermarsi sulla scena internazionale e confermava la sua solidità a livello nazionale. In quei giorni, i primi di dicembre, ci stavamo preparando a una degustazione a Tarvisio, Ein Prosit. Io l’ho saputo dai miei colleghi vigili del fuoco che l’hanno soccorsa”, racconta Christian. “Ma l’idea della onlus è nata in un secondo momento, nel 2003. Una tragedia del genere avrebbe potuto distruggere la famiglia e l’azienda, anche per via dei conflitti emotivi che inevitabilmente ci sono dietro, dei sensi di colpa, di tutte quelle domande che non trovano risposta”.

Christian è molto rispettoso in questo suo percorso a ritroso, riflessivo, sceglie con cura i termini più appropriati, evita di usare alcune parole tranchant. Nel suo discorso traspare un’idea di futuro, di positività, di bellezza.”Francesca aveva una personalità molto forte, era una ragazza spumeggiante, determinata, creativa. Voleva i suoi spazi pur non rinnegando il lavoro dei genitori. Per lei era importante avere un ruolo all’interno dell’azienda non legato alla discendenza, ma alle sue idee, alla sua testa, e per questo voleva essere riconosciuta. Come i coetanei aveva dei sogni, ma non erano strampalati, portavano insita un’idea di concretezza, sicuramente li avrebbe realizzati. Anche nel suo modo di osservare il vino, di assaggiarlo, di descriverlo c’era qualcosa di estremamente creativo: lei non si fermava alle catalogazioni, andava oltre, diceva la sua”. E continua: “La onlus nasce perché questa è una famiglia che alla base ha dei valori molto importanti, come l’amore, il rispetto, il senso del dovere, il desiderio profondo di aiutare gli altri, fondamentali per far nascere qualcosa di buono da qualcosa di estremamente brutto. Francesca è sempre stata un’adolescente sensibile a queste tematiche, in particolare ai bambini che soffrono nel mondo, sensibilità che era latente nell’animo dei suoi genitori ed ora è uscita fuori”.

Francesca che suonava in una rock band e che come la mamma Lorena, ex cantante jazz, amava la musica. Francesca che era appassionata di kick boxing. Francesca che amava viaggiare. Francesca che appena poteva passava le sue serate con gli amici. “Se nel 2018 la famiglia porta ancora avanti la onlus significa che questa non è stata solo un pretesto per metabolizzare l’accaduto, qualcosa di passeggero, ma che ci credono sul serio e per crederci devono esserci alla base quei valori fondamentali di cui abbiamo appena parlato, valori cristiani che sono la radice dell’essere umano”. Sui suoi ricordi personali commenta: “Sono tanti, tutti fotografici, e sono quelli più cari. Abbiamo frequentato il corso di analisi sensoriale dei difetti del vino e lei era molto brava, attenta, curiosa”.

CHRISTIAN FUMAGALLI è un apicoltore. Un onesto apicoltore che fa di etica e sostenibilità anche una filosofia di vita (in foto sopra, con la moglie e i tre figli). Il metodo di conduzione dell’apiario si basa sul rispetto delle api e dell’ambiente. Già il nome della sua azienda, che conduce insieme alla famiglia, rende l’idea: “Angolo di Paradiso”. E di un angolo di paradiso si tratta: belle persone, motivate, che vivono in simbiosi con la natura seguendone i ritmi. Siamo sopra Dolegna del Collio, nella frazione di Mernico, un tranquillo borgo agricolo ancora incontaminato. Questo miele è particolare perché Christian si sposta: “Seguo le fioriture, vado dove ci sono quelle più importanti, come in montagna o vicino ad appezzamenti di lavanda. Ed è particolare anche perché non prevede uno sfruttamento eccessivo degli alveari. Raccogliamo quello che avanza e lo trasferiamo dal favo al vasetto così com’è, un nettare purissimo”. E aggiunge: “Lo stato di salute delle api è fondamentale per l’ecosistema: se mancano, non abbiamo l’impollinazione, i fiori, le piante, i frutti…”. Miele italiano da valorizzare non foss’altro per le difficoltà in cui gli apicoltori- artigiani si trovano ad operare. “La mia è una piccola realtà, ho tre figli ma l’attività non ha le caratteristiche per poterli trainare economicamente”. Conclude: “È questa mia grande passione per l’agricoltura che ha cementato l’amicizia con la famiglia di Francesca, questo profondo rispetto per la terra che abbiamo in comune. Cosa ammiro di loro? Che camminano tutti nella stessa direzione perché si sentono ancora una famiglia”.

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Speciale

GIOELE DIX CI RACCONTA LA SUA SOLIDARIETÀ

by Redazione Giugno 27, 2018
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“Secondo un antico proverbio ebraico se salvi un uomo salvi tutta l’umanità. Io faccio quello che posso. Ma come diceva Einstein, conosco una sola razza, la razza umana”. Inizia così, con queste riflessioni sul senso della vita e della fratellanza, la nostra intervista a uno dei più bravi attori di teatro in circolazione, Gioele Dix. Anche bravo scrittore, l’ultimo libro è “Dix Libris. La mia storia sentimentale della letteratura” (Rai Eri), dove l’autore con un velo di ironia racconta le letture che dall’adolescenza ad oggi hanno contribuito a formarlo prima di tutto come essere umano. “Alcuni libri – i più preziosi –  mi hanno fatto ridere. Altri mi hanno aiutato a capire, i più rari”, dice. “È difficile che un libro dia delle risposte, al massimo regala delle conferme”. Qui ci soffermiamo su uno degli aspetti meno conosciuti del personaggio: la solidarietà. Quel suo convinto “io faccio quello che posso, l’importante è fare” è contagioso. Sprigiona a sua volta voglia di fare, positività, concretezza. Ha potere aggregante. Quante volte sentiamo ripetere nella cerchia dei nostri amici o conoscenti “se lo fa lui lo posso fare anche io, lo voglio fare anche io”. Perché il bello di essere personaggi consiste nel dare il buon esempio, che a sua volta sarà imitato. Anche noi con la Fondazione Francesca Pecorari ci occupiamo di progetti umanitari legati all’infanzia nel mondo e lo facciamo con uno spirito di apertura e condivisione anche di esperienze e testimonianze di altre realtà con obiettivi condivisi. Perché c’è tutto un mondo della solidarietà vibrante di idee e di vita che merita attenzione. “Non conoscevo la vostra fondazione, adesso sì. Ci sono tante cose da fare nel mondo, c’è tanta ma tanta gente che ha veramente bisogno e qualcuno se ne deve pur occupare. L’importante non è chi lo fa ma farlo”, ci dice Gioele Dix (che nella foto di copertina posa con la nostra bottiglia di vino solidale Fatto in Paradiso). “In Friuli Venezia Giulia, a Sequals, ho svolto il servizio militare. È una bellissima zona, di grande tradizione vitivinicola”.

                        

Gioele Dix che nel libro “Quando tutto questo sarà finito. Storia della mia famiglia perseguitata dalle leggi razziali”, racconta, andando oltre l’autobiografia, la vicenda di una famiglia ebrea costretta alla fuga. Come il padre, ebreo in fuga. Gioele Dix che mostra una grande attenzione e un grande rispetto per i temi sociali. Partendo dal rispetto di se stesso e del prossimo. “Quando si è conosciuti si è considerati fortunati e si è molto richiesti. Si pensa che si debbano aiutare le persone più disagiate, e questo è giusto che avvenga. In particolare, da molti anni mi sono focalizzato su una realtà, perché sono convinto che se si fa un po’ per tutti alla fine non si aiuta nessuno, ci si disperde. Io ho conosciuto gli amici e le amiche del Ciai, una onlus che si occupa di bambini, di adozioni a distanza. Sono milanesi, in piedi ormai da diversi decenni e sono loro che hanno adottato me. L’anno prossimo dovrei andare in Cambogia a vedere una delle loro, chiamiamole, missioni, anche se sono dei laici”, ci racconta Gioele. “Per me conta che siano brave persone, molto serie e credibili in quello che fanno. D’altronde qualcuno dovrà aiutarli questi bambini abbandonati, dispersi, soli. E non ha importanza che siano del nostro o di altri paesi, il dolore non ha frontiere e se tu fai del bene da qualche parte, prima o poi ti ritornerà, perché il bene è contagioso”.

Il Ciai è il Centro Italiano Aiuti all’Infanzia, che quest’anno ha da poco più di un mese celebrato i suoi primi cinquant’anni di attività. Loro sono stati i primi in Italia a fare adozioni internazionali attraverso una prassi poi riconosciuta per legge. Il Ciai ha lavorato con tanti paesi: Colombia, Cambogia, Burkina Faso, Costa d’Avorio e India. Tra le fondatrici Liliana Gualandi e il marito: insegnante lei, giudice onorario del tribunale dei minori di Milano lui. Tutto ebbe inizio nel 1968 grazie alla sensibilità e all’operosità di un gruppo di famiglie che decisero di accogliere al loro interno bambini abbandonati di paesi lontani, perché, come dice Liliana Gualandi, “i bambini soli sono bambini soli in tutto il mondo”. Da lì è stato costruito un percorso in salita. Altra figura di spicco del Ciai è Valeria Rossi Dragone, due volte mamma adottiva e presidente della onlus per ben ventiquattro anni, dal 1987 al 2011.

Il senso della vita, la morte, il tempo, l’idea del tempo infinito, concetti chiave che ritroviamo nel mondo del volontariato e che aprono a più interrogativi, sono stati indagati insieme ad altri più specifici come il destino, la casualità, la possibilità di mondi e strade parallele dallo scrittore argentino Jorge Borges e ripresi nello spettacolo teatrale Cata a Ciegas da Giole Dix, che impersona uno straordinario Borges giunto al termine della propria vita. “Ci sono un’infinità di percorsi paralleli che derivano dalle decisioni che non abbiamo preso. Alcune cose succedono perché è casuale”. E conclude: “Noi siamo quello che leggiamo e che non leggiamo. La lettura mi ha aiutato a capire meglio la vita, ciò che per fortuna o sfortuna ci accade. Ma ogni individuo, nel solco di Eugenio Montale, si costruisce anche attraverso quello che non fa, che non legge, che non pensa o le persone che non frequenta: attraverso le negazioni. Molto spesso il non fare una cosa ci qualifica molto di più del farne un’altra”.

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Speciale

VINI DEL CUORE/PARTE 3

by Redazione Giugno 20, 2018
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Ed ora eccoci agli ultimi tre vini del cuore, alle ultime tre aziende (ultime solo in ordine temporale) che hanno partecipato alla nostra Festa di compleanno. Li chiamiamo vini del cuore perché custodiscono un affetto: di un genitore verso un figlio, di un figlio verso il genitore, un amico o quant’altro. Sono vini della memoria, dedicati. Che nel caso specifico  e nella giornata del 5 maggio scorso hanno supportato i nostri progetti umanitari a favore dell’infanzia nel mondo. E sui bambini non dobbiamo mai spegnere i riflettori. Sono tre storie che fanno grande l’Italia del vino. Tre storie friulane. Tre storie di frontiera.   

            

LIVIO FELLUGA. Siamo nell’estremo nord est dell’Adriatico, centocinquantacinque ettari di vigneti tra Collio e Colli Orientali. Di questa azienda si conosce praticamente tutto. Il cognome Felluga è sinonimo di Friuli come pochi altri. O meglio di rinascita friulana, quando le colline ancora non si erano fatte un nome, non avevano una particolare vocazione ed erano abbandonate in massa. Lui, Livio, decise non solo di restare ma di dargli una dignità enologica e storica. Dignità che passava attraverso uno sguardo rivolto all’eccellenza, allora tutta da costruire. Se oggi il territorio può vantare un nome di un certo “peso” è anche e soprattutto merito suo. Due anni fa Livio, il patriarca, se ne è andato alla veneranda età di 102 anni circondato dall’affetto e dalla riconoscenza di una famiglia che è sempre venuta prima dell’azienda, prima dei numeri. La Livio Felluga è un esempio di come i rapporti umani anticipino quelli professionali. Il vino del cuore portato dalla figlia Elda non poteva che chiamarsi Il Livio, a lui dedicato in occasione dell’ottantacinquesimo compleanno. “Era ancora un ragazzo quando abbiamo pensato a questo vino”, scherza Elda Felluga, che insieme ai fratelli Maurizio, Andrea e Filippo porta avanti l’azienda. “È il primo omaggio che noi figli abbiamo voluto fare a un uomo straordinario che ha lasciato il segno in Friuli Venezia Giulia. Un uomo che ha creduto fortemente nelle colline, in particolare nella collina di Rosazzo, dove mise a dimora i primi venti ettari di vigneto”. E continua: “La sua più grande soddisfazione era avere noi figli in azienda accanto a lui”. Logo delle sue etichette nel mondo è un’antica carta geografica di queste terre scoperta negli anni Settanta in una bottega di antiquariato. Livio, cui piaceva ricordare le sue origini a Isola d’Istria, dove il bisnonno e il nonno producevano Refosco e Malvasia e servivano anche Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e Ungheria. Livio che credeva nella cultura come l’unica possibilità per la crescita di un territorio (“più sai e più vali”).  Livio che considerava la famiglia il più grande risultato della sua vita. E che ripeteva: “Quando vedo un fiore nella mia campagna capisco che non si può essere atei”. Un vino, il Livio, che coniuga forza ed eleganza, blend di Pinot Bianco, Chardonnay e (il rarissimo) Picolit. “Ci vuole un connubio tra natura e sapienza dell’uomo, quando si raggiunge questo possono nascere delle belle cose, cose straordinarie”, dice Elda. Ma lui direbbe ancora oggi: “Cossa go fato de grande?”. Già, cosa ha fatto di grande.

                                                                  

VENICA & VENICA. Vini del Collio dal 1930. Siamo a Dolegna (Gorizia), casa colonica e vigneti circostanti, quaranta gli ettari aziendali, pratiche ecologiche a basso impatto ambientale. E un territorio speciale, il Collio, mosaico di microclimi, suoli di marne e arenarie stratificate di origine eocenica, portate a galla dal sollevamento dei fondali dell’Adriatico, che donano complessità ai vini. Daniele è il nonno capostipite, Adelchi la nonna. Due le famiglie in azienda, quelle di Giorgio e di Gianni Venica, per un totale di trecentomila bottiglie annue. Vino di punta è il Sauvignon Ronco delle Mele, una produzione di appena quarantamila bottiglie. Il vino del cuore è un rosso, un Merlot, vitigno che in Friuli diventa autoctono per come si è acclimatato nel corso dei decenni, a dimostrazione che anche qui si può bere bene e bere rosso. Il suo nome è Insieme, annata 2001, imbottigliato nel 2003 senza filtrazione, dopo ventiquattro mesi di barrique, sul mercato nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Insieme è un vino solidale, cinquantunomila gli euro donati alla croce rossa giapponese per il disastro di Fukushima dell’11 marzo 2011. Un gesto di vicinanza da chi il terremoto lo ha vissuto in prima persona nel 1976, quando il Friuli fu colpito al cuore.

                             

VILLA RUSSIZ. Siamo sempre nel Collio Goriziano, ma questa volta a Capriva. Villa Russiz è un ente morale che racconta tante storie, e sono tutte storie d’amore. La fondazione gestisce il patrimonio immobiliare e agricolo investendo i proventi nella Casa Famiglia Elvine. Tutto ebbe inizio nel 1868 con il matrimonio tra la contessa goriziana Elvine Ritter de Zahony e il conte francese Theodor Karl Leopold Anton de la Tour Voivrè, perito agrario e viticoltore. Anno in cui il padre della sposa regalò alla neo coppia l’appezzamento terriero di Russiz. Un matrimonio che fece incontrare due mondi: quello del vino e quello della sensibilità per il sociale. Grazie ad Elvine fu fondata una scuola evangelica per i più poveri, aperta anche alle bambine, scuola che nel corso degli anni ampliò la sua mission con attività sociali e assistenziali. Grazie, invece, al conte vignaiolo e alle sue conoscenze, i vini raggiunsero notorietà tra i Reali d’Europa e alla corte degli Zar. Vini che successivamente con l’enologo Gianni Menotti raggiungeranno punte di eccellenza conclamata. Oggi sono cento ettari, di cui quarantacinque vitati, più di duecentomila bottiglie prodotte. Alla morte di Elvine, durante la Grande Guerra, entrò in scena come crocerossina la contessa Adele Cerrutti, che contribuì alla ricostruzione dell’azienda nel solco della solidarietà. Il progetto della casa famiglia, che non ha conosciuto interruzioni, è destinato ad accogliere una ventina di minori in difficoltà per un inserimento sociale attraverso attività di assistenza e formazione. Villa Russiz segue i bambini in difficoltà e, quando non versano in stato di totale abbandono, anche i genitori in modo da ricongiungerli il più presto possibile. Il vino del cuore è un Friulano biologico dedicato a una bambina venuta a mancare qualche anno fa. Proprio attraverso storie come questa la Fondazione Francesca Pecorari prova a far conoscere aspetti diversi del mondo del vino, legati a una sensibilità che va oltre il mero dato numerico. L’Italia che ci piace.

Giugno 20, 2018 0 comments
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Speciale

VINI DEL CUORE/PARTE 2

by Redazione Giugno 9, 2018
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Conosciamo altri tre produttori che hanno partecipato alla nostra Festa di compleanno supportando con il ricavato delle bottiglie la Fondazione Francesca Pecorari. Tre eccellenze, rispettivamente dell’Alto Adige, del Veneto e della Toscana. E quando la qualità si abbina con il cuore il vino lo percepiamo ancora più buono.

                         

ARUNDA. Un nome romano-celtico per il perlage più alto d’Europa. Con Josef Reiterer e sua moglie Marianne siamo nel Tirolese, in Val Venosta al confine con l’Engandina, a 1200 metri s.l.m. E siamo in presenza di un gran bel produttore, meticoloso, rigoroso, di poche parole. Ma con la mano giusta. Mano che quando è in sintonia con l’annata crea interpretazioni uniche. Lui è il primo vignaiolo in Alto Adige a produrre solo spumanti. Inizia nel 1979. Oggi ne fa una decina, tutti Metodo Classico. Tutti di qualità eccelsa e con un loro preciso carattere. Perché Chardonnay, Pinot bianco e Pinot nero fotocopiano il territorio altoatesino e si esprimono in termini di estrema finezza, longevità e riconoscibilità. Nel bicchiere complessità, eleganza, purezza, con affinamenti anche a sessanta mesi. Lo Chardonnay cresce su terreni porfirici vicino a Terlano, il Pinot nero su suoli calcarei sopra Salorno, mentre quelli del Pinot bianco sono i terreni morenici, ciottolosi e argillosi dell’Oltradige. Poesia. Marianne è sommelier. Josef è cresciuto in un maso di Meltina ed è stato uno dei primi studenti a diplomarsi all’istituto agrario sperimentale di Laimburg, per poi concludere il suo percorso di studi alla scuola di enologia di Badkreuznach. Oggi è microbiologo ed enologo e la sua cantina produce circa la metà di tutte le bollicine dell’Alto Adige, grazie a una rete di conferitori estremamente selezionati. Michael Reiterer, il figlio, è il creativo della famiglia: una vera e propria fucina di idee dal marketing alla cucina. L’extra brut Cuvée Marianna è il vino del cuore: 80% di Chardonnay passato in barrique e 20% di Pinot nero, sosta sui lieviti per cinque anni, bella struttura, fruttato, teso, con sfumature di legno, cremoso. Michael ha creato la cuvée Muggi e ne ha disegnato l’etichetta. Ma ricordiamo anche il Phineas, uno spumante talmente unico da risultare irripetibile. Magie altoatesine.

                        

MONTE FAUSTINO. Con i fratelli Fornaser ci spostiamo nel Veronese, a San Pietro in Cariano, nel cuore della Valpolicella storica. I vini sono dedicati al papà, il “maestro” elementare di Bure Giuseppe Fornaser, scomparso nel 1998. Una perdita talmente sentita che ha spinto i figli a ricordarlo con qualcosa che amano e in cui si identificano: il proprio lavoro. Un papà buono quanto austero nel ruolo di genitore che doveva impartire delle regole. Nessuno sconto, come a scuola, punizioni comprese. Il maestro inizia a vinificare per passione negli anni ’60. Oggi sono centomila bottiglie, con il sogno di rimanere piccoli, chicca nell’universo enologico, per difendere l’estrema qualità. Una linea speciale, diciamo pure del cuore, è dedicata al papà. Qualche nome? Il Maestro (Amarone Riserva), il Genio (Valpolicella), il Primo della Classe (Recioto), il Ripetente (Ripasso). Faustino è il nome del vigneto di famiglia più vecchio. “Papà ci ha insegnato a vivere. Ci ha messi in riga. Ma soprattutto ci ha fatto capire l’importanza delle radici, della storia, del passato. Il segreto è essere coerenti, prima di tutto con se stessi”. Loro, ossia Paolo, Fabiano, Massimiliano e Giorgio, più mamma Giacomina, sono davvero bravi, in tutti i sensi.

                                 

ALLEGRINI. Sede storica nella Valpolicella classica, quattro le aziende fra Veneto e Toscana per una superficie totale di circa 250 ettari. Un nome molto conosciuto nel mondo del vino, anche qui per l’alta qualità dei prodotti e per la capacità di coniugare con il vino l’arte e più in generale la cultura. Allegrini, ossia Franco, Marilisa e Walter, il fratello scomparso prematuramente una quindicina di anni fa. Una famiglia dedita alla produzione vinicola da oltre quattrocento anni. Il vino del cuore “Dedicato a Walter” è un Toscana Rosso Igt, un Cabernet Franc in purezza di Poggio al Tesoro, la tenuta di Bolgheri. Ce lo racconta la figlia Silvia. “Negli anni in cui è mancato mio papà stavamo iniziando l’avventura a Bolgheri. Abbiamo preso dei piccoli appezzamenti già vitati, ma la maggior parte della terra acquistata era nuda, questo significa che c’è stato un grande lavoro progettuale di analisi del terreno e scelta delle varietà più idonee nei diversi appezzamenti. Papà trascorreva quasi tutto il suo tempo là, è una terra che ha sentito nelle sue corde da subito, da grande amante della natura a tutto tondo. A lui oggi è dedicato il vino più importante dell’azienda. Anche perché non ha fatto in tempo a vedere realizzato tutto il progetto”, racconta Silvia. Sono più di cinquanta gli ettari di vigna in questo territorio, patria di grandi famiglie, coltivati con cabernet franc, merlot, syrah, cabernet sauvignon e vermentino. Ma soprattutto coltivati con amore in ricordo di papà Walter.

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Speciale

I VINI DEL CUORE

by Redazione Giugno 5, 2018
written by Redazione

Solidarietà. Un concetto astratto che assume un senso quando si colora di concretezza, di voglia di fare, di darsi una mano. Perché le fondazioni portano avanti i loro progetti così, con l’impegno, anche piccolo, di tanti. Nove produttori hanno deciso di partecipare alla nostra Festa di compleanno e portare i loro vini del cuore, il cui ricavato è stato devoluto in sostegno delle attività benefiche della Fondazione Francesca Pecorari. Ecco i nomi di chi non soltanto ha messo le bottiglie ma ha passato il pomeriggio a servire i vini ai banchi di degustazione allestiti all’interno del relais Lis Neris: Domenico Clerico e Matteo Correggia dal Piemonte; Allegrini e Monte Faustino dal Veneto; Arunda dall’Alto Adige; Livio Felluga, Venica&Venica, Villa Russiz dal Friuli; il Consorzio della Vernaccia di San Gimignano dalla Toscana. Naturalmente a partire dal nostro Fatto in paradiso, firmato da Lis Neris, azienda friulana della famiglia di Francesca. Presente anche il vino che contribuisce alla onlus Diamo un taglio alla sete, di cui abbiamo già parlato in precedenza. Un  sentito grazie alle aziende agricole Li.Re.Ste, di Merlana (Udine), per la selezione di formaggi a latte crudo di sola pezzata rossa (e da filiera corta) e D’Osvaldo, terza generazione nella produzione artigianale di prosciutti crudi (e non solo) a Cormons: particolarità, il crudo viene leggermente affumicato con legno di ciliegio e di alloro, che conferiscono un sentore fine di fumo al prodotto.

                                     

Iniziamo a conoscere alcuni dei nostri amici produttori:

Matteo Correggia. Qualità ed eccellenza senza compromessi. Anche fra le stelle. Grazie all’amico astronomo Vincenzo Zappalà. Sì, perché a Matteo, scomparso improvvisamente a 38 anni in vigna, lasciando una famiglia, è dedicato l’asteroide 1984 EQ, scoperto nel 1984  in Arizona. Famiglia che oggi continua con grandi risultati il suo lavoro, senza tradirne l’anima. Siamo nel Cuneese, sulle colline del Roero. A Canale. E Matteo di queste terre è stato un grande protagonista, il primo a credere nel territorio e in una denominazione e, importando la qualità francese, a tracciare un solco oggi seguito da molti. Matteo intuitivo, visionario, rivoluzionario. Uno che nella metà anni ‘80 ereditando l’azienda agricola decide di coltivare vigne e produrre vino dove fino ad allora si erano coltivate frutta e verdura. Investe su Nebbiolo, Barbera, Arneis e Brachetto. Matteo pioniere dei cru nel 1987. Matteo che nel suo lavoro ci credeva e lo viveva come un dono. Le etichette sono opera di un recente restyling dell’artista uruguaiano Coco Cano. Racconta Ornella Costa: “Coco Cano ha conosciuto mio marito prima di me. Ha disegnato le etichette dei suoi primi vini, una sintonia immediata. Quando gli ha proposto  il disegno delle colline con un sole, colline che nella loro estensione gli ricordavano il mare che lo divideva dall’Uruguay, il progetto è subito diventato il nostro logo aziendale”. Degustiamo il Nebbiolo in purezza Matteo Correggia, dalla vigna più vecchia. Un vino che ha seguito un affinamento molto innovativo per quanto riguarda il materiale utilizzato. “Ceramica al 100%, motivo per cui non potremo utilizzare la denominazione Roero e lo chiameremo Vino Rosso, ma il progetto va oltre la denominazione”, spiega. “È mio figlio che ha scelto questo affinamento così innovativo, come innovativo era mio marito”. Il vino del cuore si chiama Per papà. Sì, il papà di Giovanni e di Brigitta.

                          

Domenico Clerico. Vignaiolo appassionato, ci ha lasciati l’anno scorso, a luglio. La moglie Giuliana Viberti condivide con noi Percristina, il Barolo da cru Mosconi, di Monforte d’Alba, dedicato alla figlia scomparsa all’età di sette anni. Come dice Giuliana, il vino dei ricordi, la cui prima annata risale al 1995: “Non posso sprecare tutto, abbiamo creato l’azienda insieme, in quarant’anni. Continuare è il mio modo di essere, oltre che un sentimento”. Siamo nel cuore delle Langhe, tra gente autentica che non si risparmia nel lavoro. Domenico è stato un innovatore, un personaggio-persona la cui mancanza è molto sentita sul territorio, sicuramente uno dei più grandi produttori di Barolo. Sul vino aveva scommesso tutto, tralasciando le colture ortofrutticole subito quando eredita l’azienda di famiglia. Domenico opera una cesura importante col passato: abbandona la pratica familiare di conferimento di uve alla cantina sociale e inizia a vinificarle in proprio. Chiara la decisione di puntare sulla qualità estrema, valorizzando al massimo quello che il territorio generosamente offriva. Degustiamo anche il Barolo Ciabot Mentin Ginestra, un cru della zona di Monforte, di un terreno a 500 metri s.l.m., molto argilloso. “È un’azienda che abbiamo acquistato nel 2001, la prima, sempre senza soldi, non ne avevamo. È una zona che merita molto: un anfiteatro naturale”. E continua: “Domenico è un ricordo che mi aiuta ad andare avanti. Non era enologo ma faceva lui i vini grazie a tanta esperienza, voglia di conoscere e sperimentare. E con tanto amore”. Oggi sono 21 ettari in alcune delle migliori sottozone di Monforte d’Alba e Serralunga d’Alba. Domenico credeva fortemente che il vino fosse il territorio a farlo. Grandi Uomini. Uomini per cui una stretta di mano aveva ancora un significato.

                          

Consorzio della Vernaccia di San Gimignano. Uno dei pochi bianchi toscani in una terra di grandi rossi e prima doc italiana (6 maggio 1966). Centodieci soci, ottocento ettari, presidente e produttrice vinicola Letizia Cesani, presente con la sua Vernaccia, perfetta sotto il profilo gusto-olfattivo e premiata con i Tre Bicchieri del Gambero Rosso. Tra gli obiettivi del consorzio tutelare l’identità della Vernaccia e al tempo stesso riqualificarne l’immagine svecchiandola. Il vino del cuore è la Vernaccia 40, creata in occasione del suo quarantesimo anniversario e dedicata a Francesca Pecorari. Una decina le aziende del consorzio presenti. Filo conduttore è la capacità di essere un vino sotto traccia, mai urlato, un vino che sa stare a tavola accompagnandola senza disturbare, che si racconta e che va ascoltato, con un buon potenziale di invecchiamento. Col tempo acquisisce note minerali e di pietra focaia caratterizzanti.

(In foto sotto, il nostro vino della solidarietà “Fatto in paradiso”. Qui nel sito le modalità per acquistarlo)

Giugno 5, 2018 0 comments
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Speciale

A LEZIONE DI TERRITORIO CON ALVARO PECORARI

by Redazione Maggio 28, 2018
written by Redazione

Nel corso del nostro racconto non possiamo non parlare del Friuli Venezia Giulia, dei luoghi in cui Francesca è nata e cresciuta. E lo facciamo con una lezione approfondita sul territorio del suo papà, Alvaro. Quella di Francesca è una famiglia di viticoltori a San Lorenzo Isontino, nel Goriziano, nell’ ultimo tratto orientale della pianura friulana. Ma non siamo qui per parlare dell’azienda e dei suoi grandi vini. Siamo qui per condividere, almeno ci proviamo, uno spaccato storico fondamentale dell’Italia, cercando di comunicare valori e pezzi di vita che per noi sono autentici. E lo facciamo raccontando il territorio in cui ci muoviamo e in cui oggi ha sede la Fondazione Francesca Pecorari. Quella di Francesca è stata un’ adolescenza improntata su pochi ma solidi concetti: studio, lavoro in azienda, rimboccarsi le maniche per prepararsi un futuro. E poi gli amici, un piccolo gruppo musicale, il desiderio di viaggiare per conoscere, per capire il mondo vivendo altre culture. Sempre con la schiena dritta e con il sorriso. Un futuro che ha preso inaspettatamente e in maniera fulminea una piega diversa. Francesca aveva solo vent’anni. Il viaggio avrebbe dovuto essere un altro. Proprio per questo la solidarietà non è un valore astratto o un gioco per noi: dietro ci sono delle persone, dei sogni da realizzare, nel nostro caso sono i progetti educativi che riguardano i bambini delle zone più disagiate, ci sono delle attese che non devono essere disattese. Quindi, quel volo proviamo a farlo lo stesso. Anche con un’ala mozzata. È il volo della fenice. E da questi valori ci è impossibile prescindere.

Alvaro Pecorari racconta la sua terra, intrecciando vino e storia in un binomio inscindibile, ai produttori che hanno partecipato alla festa di compleanno di Francesca con i vini del cuore. Un gesto di gratitudine verso chi ha contribuito con impegno fattivo alla solidarietà. E lo fa dal monte San Michele, un suggestivo rilievo carsico in provincia di Gorizia, teatro di numerose battaglie durante la Grande Guerra, quando il Friuli si trovava diviso tra Regno d’Italia (provincia di Udine) e Austria-Ungheria (Contea di Gorizia e Gradisca). Un luogo disseminato di trincee, camminamenti, caverne. Dove si è fatta la storia dell’Italia…

“Sembra che abbiamo fatto tanta strada in auto, ma in realtà siamo a quattro chilometri dal paese col campanile veneziano che vediamo in lontananza ed è lì, sotto il campanile, che noi abbiamo l’azienda. A San Lorenzo Isontino. Il giro è più lungo perché lunga è la strada. È un angolo di osservazione privilegiato, questo. Quando si pensa a una zona viticola si crede che per vederla tutta sia necessario muoversi di parecchi chilometri. Ebbene, da qui, da questa terrazza panoramica sul monte San Michele, vediamo l’orizzonte, tutto il Friuli orientale. Sulla destra sorge la città di Gorizia, quella che un tempo era chiamata Nizza asburgica, bagnata dal fiume Isonzo: la parte che guarda versi di noi è la Gorizia italiana, quella sotto il monte è la Nova Gorica, ossia la città slovena, che oggi è più grande di quella italiana. Gorizia si affaccia sulla pianura isontina ed è un punto nevralgico fra mondo latino, slavo, germanico. Sulle sue alture, ad Oslavia, si trova l’imponente ossario con le spoglie dei soldati italiani e austro-ungarici caduti nella Grande Guerra. Ecco, su questo asse in direzione est, fino al monte innevato davanti a noi, scorre per un’ottantina di chilometri il confine orientale Italia-Slovenia. Il Monte Nero, che sorge a Caporetto, a pochi chilometri dal confine con il Friuli Venezia Giulia, domina quasi tutta la vallata del medio Isonzo: lassù in cima a monti, a oltre 2000 metri, persistono nevai estivi, caratteristico è il Lavador (lavatoio) innevato. Il Canin, sul cui lato nord sono presenti tre piccoli ghiacciai, è l’ultima montagna delle Alpi Giulie in terra italiana ed è la cima più alta (2587 m s.l.m.), oltre che una delle zone più nevose delle Alpi. Nel suo altopiano calcareo, oggi interessato da episodi di carsismo, possiamo trovare grotte abissali, di oltre mille metri di profondità. Là in alto, a sinistra, si intravede una sagoma scura: sono gli aspri massicci rocciosi delle Alpi Carniche, le più antiche dell’arco alpino, che segnano il confine con l’Austria. Quando con lo sguardo arriviamo nella vallata, avvolta dalla nebbia, immaginiamo la pianura friulana che guarda verso il Veneto. Se la vista fosse bella avremmo una veduta sulle montagne alle spalle di Pordenone. Ai piedi delle Prealpi Carniche incontriamo la base aerea Nato di Aviano: da qui a Gorizia lo sviluppo è di 150 chilometri. Questo è tutto l’ angolo orientale del Friuli, un asse che prima corre da sud verso nord come confine sloveno e poi da est verso ovest come confine austriaco.  Una panoramica che è fondamentale per capire la posizione di una regione incastrata in mezzo a diverse situazioni storiche: da una parte i popoli slavi, dall’ altra quelli germanici. Da questa i popoli latini. La posizione geografica è rimasta la centralità storica del nostro territorio. 

Non resta che chiedersi cosa possa essere successo da un punto di vista geologico. Quaranta milioni di anni fa qui c’ era il mare. Quando si è ritirato sono emersi i fondali marini. Che oggi sono tutte colline, dolci colline che si rincorrono senza soluzione di continuità. Le prime dietro il paese di San Lorenzo Isontino, molto boschive, sono italiane, dietro c’è il Brda sloveno. I due terzi di quest’area denominata Collio si trovano in Slovenia, così come tutti quei paesini che si arrampicano là in alto, a un chilometro in linea d’aria. È il mare il grande protagonista invisibile che ha creato un paesaggio di colline con terreni di sabbie compresse, marne calcaree e arenarie stratificate di origine eocenica, ricche di sali. Le arenarie sono le rocce più dure utilizzate come pietra da costruzione fino a cent’ anni fa. A est di questa zona di collina, al confine con la Slovenia, si estende l’altopiano Carsico, che significa terra rossa, arida, sassosa, ricca di calcare e ferro. Il triangolo Gorizia-Cormons-Gradisca racchiude invece l’ area che ha questa conformazione pianeggiante, un’ area che si è formata quarantamila anni fa con le ultime glaciazioni del periodo quaternario: il ghiacciaio dell’Isonzo scendeva dal punto in cui si incontrano oggi i tre confini Austria-Slovenia-Italia fino all’ altezza di Gorizia, qui ha finito di attraversare la zona montana e si è trovato di fronte un terreno di origine marina facilmente perforabile, per cui ha girato il senso di attività: non più nord-sud ma est-ovest. Man mano che avanzava si allargava, a un certo punto era più largo che lungo e non aveva più forza per spingere: così è finita l’ azione del ghiacciaio dell’ Isonzo. Si sono formati terreni di origine glaciale: le acque di scioglimento hanno trasportato dalla montagna rocce che hanno riempito il fosso che il ghiacciaio aveva scavato. Il nostro vigneto non porta la denominazione Collio ma  Friuli Isonzo proprio perché si trova su questi plateau. Sotto i nostri piedi abbiamo un materasso ghiaioso di circa 40 metri di spessore. Ma a Gorizia raggiunge i 100 metri. Il plateau ha tre quote rispetto al livello del mare: 110 metri a Gorizia, 60 a San Lorenzo Isontino, 24 a ridosso del fiume. Ne risultano vini molto personali, sicuramente unici. Questa zona è un po’ meridionale perché Gorizia cade esattamente sul 46° parallelo, una situazione ideale per i vini rossi: la parte settentrionale della Valpolicella, le Langhe, la Valle del Rodano, Bordeaux sono tutte su questo parallelo. Sono aree con una propensione naturale per vini di struttura e di corpo. Una domanda sorge a questo punto spontanea: perché allora qui produciamo vini bianchi, o meglio la zona ne è particolarmente vocata? Facciamo cento metri verso sud, sulla montagna, e da un altro belvedere strategico ve lo spiego.  Tutto questo attraversando a piedi dei percorsi di cannoni, a 240 m s.l.m.: erano quelli austriaci, perché l’ Austria è arrivata nel 1495 e se ne è andata nel 1918. Sono terre austriache le nostre, mia nonna era austriaca all’ anagrafe e il mio bisnonno ha combattuto nell’ esercito austriaco durante la Grande Guerra. Questi cannoni uscivano dalla montagna e difendevano Gorizia dai soldati italiani che volevano conquistarla. Per tre anni la guerra si è combattuta qui sotto, causando 111mila morti italiani, senza contare quelli austriaci e ungheresi. La nostra storia è sempre stata condizionata dalla posizione geografica: alla testata settentrionale del mar Adriatico e alla porta d’ ingresso da Oriente per l’ Italia. Il San Michele, nel cuore del Carso isontino, è un monte importante, oltre che suggestivo, proprio perché fulcro degli eventi bellici. Quest’anno si festeggia il centenario della fine della guerra. Peccato, e sono un po’ critico, abbiano abbellito la zona per i politici in visita senza concentrarsi sull’ obiettivo vero: portare qui le scolaresche, perché questo è un museo a cielo aperto in cui si è fatta la storia. Anche se oggi è frequentato più da ungheresi e austriaci che da italiani.                                      

La parte orientale del Friuli si è distinta per i vini bianchi grazie allo scontro climatico continentale-alpino e mediterraneo.  Scontro che provoca movimenti di masse d’ aria. La Valle del Vipacco è la porta dei venti dominanti di origine balcanica, come la Bora, che soffia da nord-est e abbatte l’umidità atmosferica, facilitando un microclima ideale per la completa maturazione delle uve. In particolare, diventa cruciale nella fase centrale di maturazione, nel periodo di luglio, agosto e settembre. La Bora riesce a creare quell’ effetto dello sbalzo termico che tende ad abbassare le temperature di notte e a favorire maturazioni lente, dove la parte aromatica dell’uva si esalta. È qui che comincia il gioco dei bianchi. La realtà dei nostri vini è molto condizionata dalla presenza di venti di origine balcanica che favoriscono lo sbalzo termico. Al tempo stesso siamo protetti dalle perturbazioni atlantiche dalla barriera delle Alpi Giulie. L’ aroma si esprime meglio proprio grazie al rallentamento della maturazione e dalla buccia si trasferisce nella polpa e nel vino: non serve essere in Alto Adige per poter estrarre aromi e neanche sull’ Etna, dove riescono a dar vita a vini aromatici grazie a differenze di temperature fra giorno e notte anche di 25 gradi. È il gioco della natura che ci favorisce. C’ è una sola regione in Italia che ha una posizione più cruciale della nostra: la Sicilia. Ma noi siamo subito secondi perché qui sono passate tutte le più grandi civiltà del passato: Roma ha messo lì Aquileia, che non esisteva, alla testa del Mar Adriatico, per favorire i trasporti via mare delle legioni: i legionari sbarcavano e per la loro politica di espansione territoriale ripartivano usando la Valle del Vipacco come strada verso nord-est. Aquileia nel I secolo d.C. era seconda solo a Roma per numero di abitanti. In questo modo è arrivata in Friuli una cultura alimentare di tipo mediterraneo: olio, grano e vino. I primi vigneti sono nati sul litorale, dove oggi sono in mano a cantine sociali che puntano a produrre Prosecco e Pinot Grigio a duecento quintali per ettaro, facendo quindi un altro tipo di vino dal nostro. Quella è una zona che sta soffrendo di mancanza di identità, però vi si possono fare grandi rossi perché, quanto a suolo e clima, ci sono condizioni molto simili alla riva destra di Bordeaux, artefice dei miracoli negli anni ’90 con Pomerol e Saint-Emilion. Dopo Roma, sul territorio ha avuto una fase breve ma importante la Serenissima, che ha preso il Friuli come baluardo difensivo degli interessi commerciali del Nord dell’ Adriatico, favorendo nel 1400 l’insorgere di città-fortezza il cui perno era Palmanova. Anche Gradisca era una fortezza ed è stata incendiata dai turchi per tre volte in cinquant’ anni, perché l’ Impero Ottomano contrastava la Repubblica di Venezia per il predominio del Mediterraneo orientale. I turchi risalivano la Dalmazia usando la Valle del Vipacco per entrare. Venezia ha avuto un ruolo di spicco sul vino: sono arrivati vitigni anche dalla Grecia, dal Peloponneso: pensiamo alle Malvasie, che sono più presenti in Istria, ma soprattutto alla Rebula, ossia la Ribolla, che ha trovato un terreno molto fertile non in Italia ma sulle colline del Brda sloveno. Oggi il 60% del vigneto sloveno è costituito dalla Ribolla, un vitigno che proviene da terreni rocciosi, ha bisogno di tanto caldo, eppure non riesce a fare gradazione alcolica e mantiene acidità elevatissime. La Ribolla vive bene sulla roccia e deve stare sotto il sole tutto il giorno, senza acqua, per questo le colline più alte del Brda sloveno sono ideali.

Nel 1495 il patriarcato di Aquileia concede alla famiglia degli Asburgo il controllo della contea di Gorizia e di Gradisca. Gli Asburgo sono arrivati e hanno capito subito che questo era un punto cruciale per l’ Impero. Cospicui investimenti sul territorio ne sono stati la conseguenza logica. È nato il porto di Trieste, che dopo l’ apertura del Canale di Suez è diventato il sesto porto mondiale per movimento di traffici verso nord. In quegli anni è stata costruita anche la prima grande ferrovia europea, la transalpina, che congiunge Trieste a Vienna. E si coltivava frutta in grandi quantità: questa zona era il giardino dell’ Impero. Alla fine del 1800 l’ Austria ha investito nel vino e sono arrivati sauvignon blanc, chardonnay, merlot e cabernet, più tardi anche il pinot grigio. Abbiamo un’ eredità austriaca importante. I nostri vitigni, se tralasciamo gli autoctoni, sono qui da 130 anni e ormai si sono acclimatati al punto che non trovo corretto chiamarli internazionali. La nostra non è una viticoltura latina, perché il vino non porta il nome del territorio, come il Barolo, il Chianti, il Valpolicella. Noi apparteniamo a un mondo germanico: è l’ uva che dà il nome al vino. Purtroppo questa regione è ancora un po’ sottovalutata. Con la Grande Guerra siamo passati dall’ essere il meridione di un impero florido al settentrione di un regno povero, ed è già un duro colpo. La Seconda guerra mondiale ha creato una regione cuscinetto tra un’ area orientale dove comandava il blocco russo e un’ area occidentale dove comandavano americani, inglesi e francesi. Per tanti anni siamo stati abbandonati qui con la nostra storia. Nessuna terra è stata soggetta attraverso i millenni della civiltà a vicende tanto varie e a prove tanto atroci. E questo ci ha forgiato il carattere”.

 

 

 

 

 

 

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Festa di Compleanno

FRATEL DARIO E LE SUE PICCOLE GRANDI MAGIE

by Redazione Maggio 21, 2018
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Questa che vi stiamo per raccontare è una bellissima storia, di un rabdomante. Per molti di noi la rabdomanzia è qualcosa di magico, misterioso, sicuramente affascinante. È la storia di fratel Dario e del suo impegno umanitario in Africa. Fratel Dario è un missionario comboniano laico originario delle valli del Natisone, nella parte più orientale del Friuli Venezia Giulia. E proprio lui è fonte di ispirazione di una piccola ma molto sentita iniziativa di solidarietà dal nome ‘Diamo un taglio alla sete’. A presentarcela, la nipote, Anna Laurencig, intervenuta alla nostra festa di compleanno sabato 5 maggio, occasione per fare il punto della situazione delle iniziative umanitarie della Fondazione Francesca Pecorari nel mondo. Ci sembrava il contesto adeguato per farla conoscere a tutti gli amici presenti, un modo per confrontarsi anche con altre realtà di solidarietà con obiettivi condivisi. Quelli di fratel Dario sono progetti educativi e idrici, perché c’è una relazione inscindibile fra l’acqua e la scuola in Africa: senza acqua non c’è vita e senza istruzione non c’è futuro. Fratel Dario con una bacchetta cerca l’acqua e la trova. “Laggiù lo chiamano lo stregone”, dice Anna Laurencig. Lui ha lo straordinario dono di trovare l’acqua nel deserto e in quasi 40 anni di onorata attività ha costruito pozzi, quasi 400, scuole e cucine per le scuole, dormitori, ambulatori, dispensari, un centro per bambini disabili, chiese e molto altro. Perché, e questo è il punto fondamentale del suo pensiero e del suo operato, bisogna sostenere l’Africa a salvarsi da sola, al di fuori di logiche assistenziali occasionali che servono a tamponare momentaneamente, ma non a risollevare situazioni di criticità importanti, forse solo qualche coscienza. Siamo in un continente in cui milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e al cibo, il tasso di mortalità per aids, colera e malaria è elevatissimo, in cui una minima parte di bambini ha accesso all’istruzione e la vita media, come in Turkana, è inferiore a 40 anni. Stiamo parlando di paesi in cui ancora si muore per una semplice infezione. E in cui le armi prodotte dalle nostre industrie ci rendono colpevoli di stermini abominevoli. “Non è scaricando 100 sacchi di farina in un villaggio e andandosene che si aiuta l’Africa nel modo giusto, né mettendo nelle mani di una famiglia 100 dollari. Ma solo se facciamo sì che loro diventino dei polittici onesti, degli abili ingegneri, dei medici competenti l’Africa diventerà pian piano indipendente. Ecco il motivo per cui sono importanti i progetti educativi e idrici”, spiega Anna Laurencig. Con la sua bacchetta fratel Dario compie il miracolo: fa sgorgare l’acqua, il suo corpo riesce a percepirne l’energia e le vibrazioni in profondità.

               

ANNA LAURENCIG vive a San Pietro al Natisone, al confine con la Slovenia ed insegna in un centro di Formazione Professionale. Nel 2006 realizza il sogno di raggiungere lo zio Dario in una regione desertica nel nord-ovest del Kenya, il Turkana, una delle più povere e remote, al confine con Sud Sudan ed Uganda. Una storia antichissima quella della regione, almeno datata 3,3 milioni di anni fa, tanto da spingere gli scienziati, per via di alcuni ritrovamenti, ad anticipare di 800mila anni la data in cui si ritiene che la nostra specie abbia iniziato a utilizzare gli utensili. Proprio qui, nella Missione di Lokichar, Anna segue come educatrice i bambini del centro disabili e affianca lo zio nella ricerca dell’acqua in zone desertiche. “Dopo un’osservazione attenta delle caratteristiche di un territorio, lui individua il punto dove si trova l’acqua e il rametto nelle sue mani si mette a girare da solo. L’intensità del movimento e l’esperienza gli consentono di capire dove si trovi esattamente l’acqua, a che profondità, nonché la sua quantità e qualità. Ho visto con i miei occhi, alla profondità indicata da lui, dopo ore di getti di polvere, fumo e sabbia spinti fuori dal compressore, l’acqua sgorgare come se fosse un miracolo”. E continua: “Prima di partire non avevo ami visto un rabdomante in azione, pensavo che mio zio avesse qualche marchingegno elettronico. Lui è molto importante per le popolazioni del luogo: riesce a far funzionare tutto e costruisce le cose col fine di durare nel tempo. I pozzi che ha realizzato negli anni ‘70 sono ancora lì e sono funzionanti”. Conclude: “Quando ho mostrato le foto del Turkana a un gruppo di amici se ne sono innamorati e hanno deciso di realizzare un calendario per sostenere la costruzione dei pozzi. Da qui si è pensato di fare qualcosa in più ed è nato il vino della solidarietà. Tutto quello che serve, come capsule, bottiglie, etichette, scatole per confezionarlo, è donato, a partire dal vino che è offerto da 15 cantine. Nel 2006 abbiamo raccolto 350mila euro con una gara di solidarietà che ancora oggi riunisce tantissimi amici.

  

DIAMO UN TAGLIO ALLA SETE è il titolo di un’iniziativa nata nel 2007 per opera di un gruppo di enologi usciti nel 1994 dall’ istituto agrario di Cividale del Friuli. Un gruppo di professionisti e amici, che ha come direttore d’orchestra Paolo Comelli, che dopo aver frequentato il corso di studi quinquennale si ritrova nell’anno di specializzazione, ovvero la sesta. Da qui il nome ‘Fuori di sesta’ dato al gruppo, goliardico ma che riesce a confrontarsi con problemi seri come quello della sete in Africa. Il vino si chiama Vitae, o meglio i due vini, un rosso e un bianco, il cui ricavato serve per perforare un pozzo in Africa: Turkana, o prossimamente, Sud Sudan. Per un pozzo occorrono dai 7 ai 10mila euro, dipende da vari fattori, fra cui la profondità, le caratteristiche della terra. Vitae in latino significa ‘della vita’, ma si pronuncia ‘vite’ come la pianta dell’uva. Con il primo vino imbottigliato il 14 aprile 2007, un tocai 2006, fratel Dario ha realizzato in Turkana il primo pozzo. Diamo un taglio alla sete è un taglio, o meglio un assemblaggio: ogni anno, alcune settimane prima dell’ imbottigliamento, ognuno dei 15 enologi fa assaggiare ai colleghi dei campioni di vino di propria produzione. Degustazione, valutazione e scelta avvengono mescolando piccole quantità dei campioni prescelti per dare un assaggio dell’assemblaggio finale. Dal 2007 al 2013 sono state confezionate quasi 15mila bottiglie da 0,75 litri e oltre duemila magnum da 1,5 litri.  Il dodicesimo vino è stato imbottigliato da poco. Una sorta di miracolo di Cana all’inverso: non trasformare l’acqua in vino ma il vino in acqua per chi ne ha bisogno. Chapeau!

Maggio 21, 2018 0 comments
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Festa di Compleanno

NEW HUMANITY E IL MYANMAR

by Redazione Maggio 16, 2018
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Alla festa di compleanno non poteva mancare New Humanity, altro tassello importante per l’ attività umanitaria della nostra Fondazione. Prima di fare il punto della situazione dei progetti in Myanmar, ex colonia britannica dell’Asia sud-orientale governata per cinquant’anni da un regime militare oscurantista che ha colpito pesantemente i diritti umani, ricordiamo che New Humanity è l’associazione di volontariato e di solidarietà internazionale senza scopo di lucro nata nel 1992 da una costola del Pime (Pontificio istituto missioni estere) per sostenere progetti di sviluppo a favore dei più deboli in Asia, in particolare in Cambogia e dal 2002 in Myanmar, sede storica dei padri del Pime. Vari i campi di azione: disabilità, educazione, sviluppo agricolo. Una lunga collaborazione che ci ha portati, come nel caso della comunità di Sant’ Egidio in Africa, a risultati tangibili. Il ricordo di Alvaro Pecorari, papà di Francesca, è per un amico, fratel Fabio Mussi, missionario laico del Pime di Milano che ha sempre creduto nella lotta al terrorismo attraverso l’istruzione e nella promozione dell’ educazione come strumento per garantire dignità ai diritti dell’uomo e sconfiggere la povertà. Mussi promuove la costruzione di scuole in territori difficili, dove spesso viene meno la fiducia reciproca tra i diversi gruppi etnico-religiosi.

                                                             

MYANMAR E NEW HUMANITY. Economicamente il Myanmar nel 2016 è ancora uno dei paesi più poveri e meno sviluppati e secondo molte organizzazioni, come Amnesty International, ha poca considerazione dei diritti dell’uomo. Dal 2010 si assiste a un’ apertura che ha portato a una vittoria delle forze democratiche, incentivando un primo sviluppo sia in termini di libertà individuali sia in termini economici, ma la questione annosa resta quella delle minoranze etniche, crocevia di tradizioni e culture che hanno plasmato il paese. Si contano circa 130 gruppi etnici, un vero caleidoscopio umano di lingue. Dall’ indipendenza del 1948 tre quarti del Paese (più o meno 30 milioni di abitanti) è costituito dall’ etnia birmana Bamar, mentre il restante 30% si compone di numerose minoranze etniche, linguistiche, religiose con cui nel corso della storia ci sono stati contrasti fortissimi, vere e proprie guerre civili. Nel lungo cammino verso la democrazia il ruolo dell’ esercito (con il suo punto di vista nazionalista e repressivo delle minoranze) si fa ancora sentire per via della costituzione che quel ruolo glielo riconosce. Per quanto riguarda il nostro impegno come onlus in Myanmar facciamo il punto della situazione con Francesca Benigno, intervenuta alla Festa di compleanno in rappresentanza di New Humanity: “Siamo entrati in Myanmar nel 2002 raccogliendo l’eredità dei missionari del Pime, forti di un’ esperienza di centocinquant’ anni. La Fondazione Francesca Pecorari ci è stata vicino dall’ inizio, già nel 2005 è terminata la costruzione della prima scuola insieme, raccogliendo la sfida in un settore difficile e prioritario come quello dell’educazione, completamente smantellato dalla dittatura militare salita al potere col colpo di Stato del 1962. Pochissimi gli investimenti nel settore, da qui la decisione, insieme alla Fondazione, di iniziare a costruire scuole che venissero successivamente affidate alla gestione del governo e della comunità locale. Nel corso degli anni abbiamo costruito altre quattro scuole primarie, dando la possibilità di studiare a cinquecento studenti”. Sono stati anni di instabilità, di tensioni, anni in cui la Fondazione Francesca Pecorari non è mai persa d’ animo. Nel 2015 qualcosa di nuovo succede: le prime elezioni democratiche dal 1990. Cambia il governo e assistiamo a una certa apertura al mondo. Ma nonostante gli investimenti nell’ educazione siano triplicati non sono ancora rose e fiori. Continua: “Il tasso di abbandono nelle scuole primarie è del 15%, dati Unicef che salgono nelle zone rurali. Un bambino su due, finito il ciclo di istruzione primaria, non si iscrive agli studi secondari, in quanto l’obbligo scolastico è previsto fino a dieci anni di età. Nel 2016 è partita un’ altra sfida: investire negli asili e quindi nell’ educazione prescolare. Per tre motivi. Primo, perché è un’ età fondamentale per lo sviluppo caratteriale del bambino. Secondo, perché nelle aree rurali in cui operiamo vivono principalmente minoranze etniche che hanno altri usi altri costumi e un’altra lingua rispetto a quella ufficiale adottata nelle scuole: il birmano. Questo comporta per i giovani studenti difficoltà notevoli di inserimento. Lavorare negli asili ci permette di insegnare ai bambini il birmano. Ultimo, ma non meno importante, motivo è che possiamo lavorare con le famiglie  e fargli capire l’ importanza dell’ educazione e il suo ruolo formante. Se i bambini si inseriscono bene nella scuola primaria il tasso di abbandono diminuisce. Alla Fondazione abbiamo proposto di affiancarci in questo progetto, in particolare nella costruzione di due asili nei villaggi di Naung Choo e Naung Leng. Costruzione che è iniziata nel 2016 e si è conclusa nel 2017. Attualmente i due asili sono frequentati da cinquanta bambini. Come onlus siamo ancora in una fase di accompagnamento e formazione continua degli insegnanti. Poi li affideremo alla comunità locale”.

New Humanity ha iniziato la sua attività in Cambogia, nel 1992, l’ anno dopo l’arrivo dei padri del Pime nel Paese, dando un contributo significativo al rilancio degli studi universitari di Scienze sociali. Attività che si è allargata all’educazione prescolare. Successivamente l’arrivo in Myanmar nelle province di Yangon, Taunggyi e Kyaing Tong. Nella capitale Yangon l’associazione collabora con vari enti statali, privati, scuole buddiste e istituzioni cristiane. Il suo percorso in Cambogia si è concluso dopo 24 anni, con la consapevolezza di aver creato legami profondi con la chiesa locale e con le organizzazioni che oggi le hanno permesso di uscire di scena serenamente, ricordando che il fine ultimo della cooperazione è “aiutare i poveri perché non abbiano più bisogno di noi”. Aiutarli ad essere indipendenti. Questo il senso.

Disarmo, sviluppo, cooperazione, solidarietà internazionale in un’ottica di reciprocità sono alla base della spiritualità e dei rapporti internazionali. Ci piace concludere con lo spirito di fratellanza universale così come è proclamato nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Peccato che troppo spesso ce lo dimentichiamo.

 

Maggio 16, 2018 0 comments
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Festa di Compleanno

COMUNITÀ DI SANT’ EGIDIO, UN LUNGO PERCORSO INSIEME

by Redazione Maggio 9, 2018
written by Redazione

“Parliamo di una realtà che non ha bisogno di presentazioni perché in un modo o nell’ altro sappiamo quello che sta portando avanti con serietà e impegno anche qui in Italia. Per noi la Comunità di Sant’ Egidio significa Africa. Il nostro primo contatto con il direttivo non riguarda la Onlus ma un progetto che ha saputo legare la Comunità alle aziende italiane produttrici di vino che avevano voglia di fare qualcosa in più per la lotta all’Aids in Mozambico. Il progetto era Wine for Life, i vini di qualità a sostegno di Dream, il più efficace programma per la prevenzione e la cura dell’ Aids  in 10 Paesi dell’ Africa subsahariana. In quell’ occasione abbiamo conosciuto uno dei relatori della nostra Festa di Compleanno, Rinaldo Piazzoni”. Federica Pecorari, sorella di Francesca, presenta  così chi oggi è un punto di riferimento fondamentale di Sant’ Egidio, ribattezzata da Papa Francesco la Comunità delle ‘3 P’: Preghiera, Poveri e Pace. Rinaldo Piazzoni era ancora studente quando è entrato: l’ha vista nascere, crescere e, con una cultura invidiabile, la porta avanti nel mondo. Nelle sue parole si legge un affetto che fa la differenza. Lui è come dovrebbero essere tutte le persone che operano nel mondo del volontariato: infonde sicurezza, fiducia, coraggio, insomma una persona perbene. Ma non per piaggeria o circostanza. Lo percepisci credibile in quello che dice, in quello che fa. Il bene della Comunità non è improvvisato, impulsivo, ma è un bene ragionato, costruttivo, concreto.

FONDAZIONE FRANCESCA PECORARI E COMUNITÀ DI SANT’ EGIDIO 

La conoscenza con la Fondazione è iniziata in un secondo momento, per la precisione quando la Onlus ha trovato più difficoltà a portare avanti le iniziative in Myanmar a causa del difficile clima politico. È allora che si è rivolta a un’altra parte di mondo, l’Uganda, da dove oggi arrivano buone notizie grazie proprio a Sant’Egidio. “Siamo presenti in 70 Paesi del mondo, 27 di questi sono in Africa e quasi la metà (40%) dei membri della nostra Comunità è africana. Un precisazione importante per dire che siamo molto legati a questo continente”, esordisce Rinaldo Piazzoni. “Noi pensiamo che 50 anni siano solo un inizio, non vogliamo concentrare un passato ma pensare al futuro”. E continua: “Lavoriamo con tutti i poveri che incontriamo, siano bambini, anziani, malati, persone affette da Aids, carcerati, immigrati, rifugiati…  Crediamo che nei poveri ci sia Gesù, ce lo dice il Vangelo. Quindi lavoriamo per la pace, il più grande bene dell’ Umanità. Sono del ’49, un giovane anziano. La mia è la prima generazione cresciuta nella pace. E questo è un grande dono. La guerra è la madre di tutte le povertà”. A proposito della Fondazione racconta: “Con Alvaro ci conosciamo dal 2003. Il primo incontro risale al Vinitaly. Mi ha raccontato di Francesca, mi ha mostrato l’ etichetta della bottiglia di Fatto in Paradiso. Tutto è partito da Wine for Life, che significa l’ aver salvato quasi un milione di persone, di cui più di centomila bambini, dall’ Aids. Un mondo del vino che si è dimostrato molto sensibile e attento. L’ idea di fare qualcosa insieme per l’Africa  a livello di educazione scolastica risale al 2008, all’ Uganda in particolare. Premetto che le comunità di Sant’ Egidio sono tutte locali e autonome. Proprio ad Adjumani, nella parte ovest del Nilo, c’era un piccolo gruppo di ragazzi che avevano cominciato a lavorare con i bambini per insegnargli a leggere e a scrivere: facevano scuola sotto gli alberi, all’ ombra. L’ idea era costruire una casa della comunità. Attualmente la scuola è frequentata da poco più di cento bambini. Ma  con il passare degli anni una struttura non bastava più, soprattutto con l’ arrivo di un numero consistente di profughi in fuga dal Sud Sudan, in quanto era in corso un’ atroce guerra civile, prima il Sud cattolico si era staccato dal Nord musulmano. Guerra civile che continua anche se dallo scorso Natale c’è un armistizio, una sorta di “cessate il fuoco”. La Comunità ha cercato prima di aiutarli a fare la pace attraverso vari incontri e poi, quando i nostri amici del Nord dell’ Uganda ci hanno detto che erano arrivati i profughi, abbiamo chiesto al vescovo un terreno per costruirvi una scuola elementare che fosse riconosciuta dallo Stato. Abbiamo costruito una parte di scuola  nel campo di Nyumanzi, le prime otto aule. Ancora poche. Grazie alla Fondazione Francesca Pecorari abbiamo realizzato le altre quattro. Il 5 febbraio, data di inizio del loro anno scolastico, le abbiamo inaugurate”.

CONOSCIAMO MEGLIO LA COMUNITÀ DI SANT’ EGIDIO NELLE PAROLE DEL SUO FONDATORE.

La Comunità di Sant’ Egidio è un movimento laicale di respiro internazionale che poggia su valori cristiani e cattolici e che fa della preghiera, della solidarietà, dell’ecumenismo e del dialogo i suoi ideali fondanti e al tempo stesso gli obiettivi, dalla nostra Fondazione condivisi. Nasce per volontà del professor Andrea Riccardi nel 1968, allora giovane studente liceale, all’ indomani del Concilio Vaticano II. Era un clima utopico, anche contraddittorio, però caratterizzato dall’ audacia che il mondo si potesse cambiare. Riportiamo uno stralcio della sua profonda intervista per Vatican News:  “Oggi lo scenario è diverso, globale, incute una grande paura: il terrorismo, i migranti… Sant’ Egidio dice che non si deve avere paura, che non si devono costruire muri ma ponti. Facendo qualcosa per gli altri si può fare qualcosa per questo mondo. La fede che cresce nell’ ascolto della parola di Dio fa lievitare la speranza. La parola chiave è ‘amicizia’, nel senso di parlare con i poveri, integrarli nella comunità sociale. I bambini del Cinodromo vivevano al margine, non andavano a scuola. I bambini restano nella Comunità di Sant’ Egidio attraverso la scuola della pace in tutto il mondo. Il  punto su cui riflettere è che il povero non è da assistere ma da integrare. E l’ amicizia è il primo passo, da sempre, per l’ inclusione sociale, per rammendare il tessuto sfilacciato del mondo e delle nostre città”.

Una strada ancora lunga, quella di Sant’ Egidio. Il fatto di essere ancora qui a raccontarla con i suoi rappresentanti ne dimostra la serietà di intenti. Fondamentale è continuare a credere che il mondo si possa cambiare, cercando ciò che unisce e lasciando da parte ciò che divide. E le differenze non possono dividere. Lunga vita a Sant’ Egidio!

Maggio 9, 2018 0 comments
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