Riceviamo e condividiamo con piacere un aggiornamento delle responsabili del Golden Beehive per il nuovo anno educativo.
La loro lettera è disponibile QUI.
Dicembre è ormai vicino ed anche quest’anno siamo felici di proporvi di sostenere le nostre attività attraverso Fatto in Paradiso: un grande vino bianco prodotto dalla famiglia di Francesca che contribuisce a portare la possibilità di un futuro migliore a tanti bambini ed alle loro famiglie!
Sperando che vogliate inserire questo dono nella lista dei pensieri da mettere sotto l’albero, potete richiederlo compilando direttamente il seguente modulo d’ordine.
Alvaro Pecorari
Presidente Francesca Pecorari O.D.V
Il ringraziamento che abbiamo ricevuto dai bambini del Golden Beehive ci ha riempito il cuore di gioia… e non possiamo non condividerlo con voi che rendete possibile il sogno loro e di Francesca.
Grazie New Humanity International per avercelo inviato!
Guarda il video completo

Carissime, Carissimi,
È arrivato il momento di Fatto in Paradiso un buon vino… un aiuto concreto. Potete richiederlo compilando direttamente il seguente modulo d’ordine.
2003-2023: Vent’anni di impegno umanitario.
I primi contatti con il P.I.M.E./New Humanity ci hanno portato in Myanmar; poi, più tardi, con la comunità di Sant’Egidio, destinazione Africa.
Non è stato facile, si sono alternati momenti propizi ad altri meno. La vita in quei Paesi non scorre con la regolarità a cui noi, tutto sommato, siamo abituati. Eppure sono state coinvolte Istituzioni, Comunità, ma soprattutto Famiglie che hanno accettato e condiviso il nostro aiuto.
La fiducia e sensibilità che avete dimostrato hanno dato energia alle iniziative intraprese. https://www.francy.org/i-progetti/ Vi siamo molto riconoscenti e vi aspettiamo con Fatto in Paradiso per dare un segnale di speranza e di continuità ai “Bambini di Francesca”.
Alvaro Pecorari
Presidente Francesca Pecorari O.D.V
Oggi vi facciamo conoscere un altro nostro amico di lunga data, una di quelle persone che ha saputo starci accanto nei momenti più difficili. Perché quando l’amicizia è autentica non serve vedersi tutti i giorni, a volte il lavoro porta ad allontanarsi fisicamente da un luogo per un periodo. Ma l’amico vero sa restare tale anche nelle assenze e quando poi ci si rivede si scopre un’amicizia più forte, più salda, di quelle che bastano poche parole per capirsi. Paolo Brusin è segretario della Fondazione Francesca Pecorari. Dal vedere nascere Francesca, dall’essere uno di quegli amici appena descritti a far parte di una onlus in sua memoria non è stato facile neanche per lui. Sì, perché confrontarsi con la morte è complicato, ancora di più quando colpisce un amico, ancora di più quando travolge un giovane, quando la percepisci innaturale, brutale, un colpo tremendamente basso della vita. Non è facile reagire, non è facile attivare il meccanismo di trasformazione del dolore in qualcosa di positivo, che possa essere di aiuto agli altri. Noi ci abbiamo provato con il sostegno di questi amici silenziosi. Ed è nata nel 2003 la Fondazione Francesca Pecorari. In ricordo di una figlia. Di una sorella. Di un’amica. In ognuno di questi rapporti speciali Francesca vive ancora. Così come vive nei sorrisi di tutti quei bambini che proviamo ad aiutare dal Sud Est Asiatico all’Africa a chissà quale altra parte del mondo rivolgeremo lo sguardo.
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“Ero compagno di classe di Lorena, la mamma di Francesca. Ci conosciamo dalle elementari. Sono amicizie nate sui banchi di scuola che ti porti dietro per tutta la vita”, racconta Paolo, che vive a Udine e di professione è consulente finanziario. “Alvaro l’ho conosciuto dopo, all’età di 18 anni. E gli amici sono diventati due. Dagli anni ’90 ci siamo un po’ persi di vista per colpa degli impegni di lavoro di entrambi. Ci siamo ritrovati a partire dal 2000, poco prima dell’incidente, avvenuto il 7 dicembre del 2002. Oggi sono più o meno quarant’anni di amicizia. Di loro ho sempre ammirato l’etica, i forti valori contadini alla base della vita e del lavoro, la solidità, l’unione. E ho trovato straordinario il modo di reagire alla tragedia: sempre uniti, sempre nella stessa direzione. Poi come Lis Neris fanno anche grandi vini. Potrebbe sembrare un altro discorso ma non è così, perché Fatto in Paradiso, il vino della solidarietà, è uno di questi grandi vini, creato con lo stesso amore, la stessa cura di tutti gli altri”. Paolo non ama apparire, preferisce restare dietro le quinte, a disposizione. Il suo è un profilo basso. Di chi entra in punta di piedi e non vuole disturbare. Ma il nostro racconto social, che in parte ha dinamiche diverse, non può prescindere da lui, dal suo contributo, che per noi è importante. “La sera che Francesca è nata eravamo tutti insieme. La mattina mi ha chiamato Alvaro per darmi la lieta notizia. All’epoca ci frequentavamo abbastanza spesso”. E continua: “La cosa che mi ha colpito di Francesca era la sua curiosità, doveva sempre sapere tutto. I suoi ‘perché’ ‘perché’ ‘perché’ li ho ancora impressi nella memoria. La sua era sete di conoscenza, quella sorta di ansia che appartiene alle persone più intelligenti. Già da piccola non si fermava davanti a nulla, non aveva nessun problema a interagire con il mondo. Mondo che sognava di esplorare. Ecco il suo interesse per i viaggi. In particolare uno con la famiglia le resterà dentro per sempre: in Thailandia, dove ha potuto toccare con mano la povertà materiale e intellettuale dei bambini. Lei sapeva di avere tutto rispetto a loro e questa cosa la trovava profondamente ingiusta. Era rimasta molto colpita dalla contrapposizione tra loro e noi. Così nasce il suo desiderio di stare accanto ai più indifesi, ai più piccoli. A lei piaceva fare, rendersi utile”.

“All’inizio uno pensa al futuro e mette dei ‘se’ e dei ‘ma’ perché deve capire cosa vuol fare. Ai giovani piace sperimentare, mettersi alla prova prima di trovare la propria strada. Francesca si era poi integrata nell’azienda. La bottiglia di Fatto in Paradiso, per esempio, è opera sua. Lei e la sorella erano due caratteri opposti: una esuberante, partiva; l’altra molto riflessiva. Una frenava dove l’altra spingeva. Era un rapporto che si completava. Dopo l’incidente Alvaro mi chiamò per dirmi che Francesca doveva rimanere, doveva continuare a vivere. E nacque l’idea di una fondazione. Da estimatore del mondo anglosassone mi sembrò fin da subito un’ottima cosa. In quei paesi la solidarietà è in mano ai privati, che molte volte arrivano dove le istituzioni pubbliche hanno difficoltà ad arrivare. Oggi la fondazione ha al suo attivo tanti progetti diventati realtà. Io, tramite una professoressa che allora insegnava all’Accademia di Belle Arti di Urbino, mi ero attivato per la parte relativa ai concorsi nelle scuole d’arte del Friuli: il premio si chiamava Francy for Arts. Un’altra idea molto carina nata due anni fa per volontà di Alvaro è stata quella di abbinare con dei produttori già affermati dei giovani friulani che hanno trasformato l’azienda paterna in una realtà vitivinicola. Un modo per mettere degli emergenti in contatto con aziende di un certo livello. I ragazzi sono stati entusiasti”. Conclude rivolgendo un pensiero all’amico: “Di Alvaro ammiro la voglia di fare, di costruire, il non arrendersi. Se penso all’entusiasmo, al non essere mai ferma, Francesca aveva preso molto dal padre. Sono felice di essergli vicino. Non ci vediamo moltissimo ma la distanza è relativa: quando ci ritroviamo è come se ci fossimo lasciati il giorno prima”.
Alla voce “Come partecipare” tutte le indicazioni per ricevere la nostra bottiglia di vino solidale Fatto in Paradiso.



Conosciamo altri tre produttori che hanno partecipato alla nostra Festa di compleanno supportando con il ricavato delle bottiglie la Fondazione Francesca Pecorari. Tre eccellenze, rispettivamente dell’Alto Adige, del Veneto e della Toscana. E quando la qualità si abbina con il cuore il vino lo percepiamo ancora più buono.
ARUNDA. Un nome romano-celtico per il perlage più alto d’Europa. Con Josef Reiterer e sua moglie Marianne siamo nel Tirolese, in Val Venosta al confine con l’Engandina, a 1200 metri s.l.m. E siamo in presenza di un gran bel produttore, meticoloso, rigoroso, di poche parole. Ma con la mano giusta. Mano che quando è in sintonia con l’annata crea interpretazioni uniche. Lui è il primo vignaiolo in Alto Adige a produrre solo spumanti. Inizia nel 1979. Oggi ne fa una decina, tutti Metodo Classico. Tutti di qualità eccelsa e con un loro preciso carattere. Perché Chardonnay, Pinot bianco e Pinot nero fotocopiano il territorio altoatesino e si esprimono in termini di estrema finezza, longevità e riconoscibilità. Nel bicchiere complessità, eleganza, purezza, con affinamenti anche a sessanta mesi. Lo Chardonnay cresce su terreni porfirici vicino a Terlano, il Pinot nero su suoli calcarei sopra Salorno, mentre quelli del Pinot bianco sono i terreni morenici, ciottolosi e argillosi dell’Oltradige. Poesia. Marianne è sommelier. Josef è cresciuto in un maso di Meltina ed è stato uno dei primi studenti a diplomarsi all’istituto agrario sperimentale di Laimburg, per poi concludere il suo percorso di studi alla scuola di enologia di Badkreuznach. Oggi è microbiologo ed enologo e la sua cantina produce circa la metà di tutte le bollicine dell’Alto Adige, grazie a una rete di conferitori estremamente selezionati. Michael Reiterer, il figlio, è il creativo della famiglia: una vera e propria fucina di idee dal marketing alla cucina. L’extra brut Cuvée Marianna è il vino del cuore: 80% di Chardonnay passato in barrique e 20% di Pinot nero, sosta sui lieviti per cinque anni, bella struttura, fruttato, teso, con sfumature di legno, cremoso. Michael ha creato la cuvée Muggi e ne ha disegnato l’etichetta. Ma ricordiamo anche il Phineas, uno spumante talmente unico da risultare irripetibile. Magie altoatesine.
MONTE FAUSTINO. Con i fratelli Fornaser ci spostiamo nel Veronese, a San Pietro in Cariano, nel cuore della Valpolicella storica. I vini sono dedicati al papà, il “maestro” elementare di Bure Giuseppe Fornaser, scomparso nel 1998. Una perdita talmente sentita che ha spinto i figli a ricordarlo con qualcosa che amano e in cui si identificano: il proprio lavoro. Un papà buono quanto austero nel ruolo di genitore che doveva impartire delle regole. Nessuno sconto, come a scuola, punizioni comprese. Il maestro inizia a vinificare per passione negli anni ’60. Oggi sono centomila bottiglie, con il sogno di rimanere piccoli, chicca nell’universo enologico, per difendere l’estrema qualità. Una linea speciale, diciamo pure del cuore, è dedicata al papà. Qualche nome? Il Maestro (Amarone Riserva), il Genio (Valpolicella), il Primo della Classe (Recioto), il Ripetente (Ripasso). Faustino è il nome del vigneto di famiglia più vecchio. “Papà ci ha insegnato a vivere. Ci ha messi in riga. Ma soprattutto ci ha fatto capire l’importanza delle radici, della storia, del passato. Il segreto è essere coerenti, prima di tutto con se stessi”. Loro, ossia Paolo, Fabiano, Massimiliano e Giorgio, più mamma Giacomina, sono davvero bravi, in tutti i sensi.
ALLEGRINI. Sede storica nella Valpolicella classica, quattro le aziende fra Veneto e Toscana per una superficie totale di circa 250 ettari. Un nome molto conosciuto nel mondo del vino, anche qui per l’alta qualità dei prodotti e per la capacità di coniugare con il vino l’arte e più in generale la cultura. Allegrini, ossia Franco, Marilisa e Walter, il fratello scomparso prematuramente una quindicina di anni fa. Una famiglia dedita alla produzione vinicola da oltre quattrocento anni. Il vino del cuore “Dedicato a Walter” è un Toscana Rosso Igt, un Cabernet Franc in purezza di Poggio al Tesoro, la tenuta di Bolgheri. Ce lo racconta la figlia Silvia. “Negli anni in cui è mancato mio papà stavamo iniziando l’avventura a Bolgheri. Abbiamo preso dei piccoli appezzamenti già vitati, ma la maggior parte della terra acquistata era nuda, questo significa che c’è stato un grande lavoro progettuale di analisi del terreno e scelta delle varietà più idonee nei diversi appezzamenti. Papà trascorreva quasi tutto il suo tempo là, è una terra che ha sentito nelle sue corde da subito, da grande amante della natura a tutto tondo. A lui oggi è dedicato il vino più importante dell’azienda. Anche perché non ha fatto in tempo a vedere realizzato tutto il progetto”, racconta Silvia. Sono più di cinquanta gli ettari di vigna in questo territorio, patria di grandi famiglie, coltivati con cabernet franc, merlot, syrah, cabernet sauvignon e vermentino. Ma soprattutto coltivati con amore in ricordo di papà Walter.
Solidarietà. Un concetto astratto che assume un senso quando si colora di concretezza, di voglia di fare, di darsi una mano. Perché le fondazioni portano avanti i loro progetti così, con l’impegno, anche piccolo, di tanti. Nove produttori hanno deciso di partecipare alla nostra Festa di compleanno e portare i loro vini del cuore, il cui ricavato è stato devoluto in sostegno delle attività benefiche della Fondazione Francesca Pecorari. Ecco i nomi di chi non soltanto ha messo le bottiglie ma ha passato il pomeriggio a servire i vini ai banchi di degustazione allestiti all’interno del relais Lis Neris: Domenico Clerico e Matteo Correggia dal Piemonte; Allegrini e Monte Faustino dal Veneto; Arunda dall’Alto Adige; Livio Felluga, Venica&Venica, Villa Russiz dal Friuli; il Consorzio della Vernaccia di San Gimignano dalla Toscana. Naturalmente a partire dal nostro Fatto in paradiso, firmato da Lis Neris, azienda friulana della famiglia di Francesca. Presente anche il vino che contribuisce alla onlus Diamo un taglio alla sete, di cui abbiamo già parlato in precedenza. Un sentito grazie alle aziende agricole Li.Re.Ste, di Merlana (Udine), per la selezione di formaggi a latte crudo di sola pezzata rossa (e da filiera corta) e D’Osvaldo, terza generazione nella produzione artigianale di prosciutti crudi (e non solo) a Cormons: particolarità, il crudo viene leggermente affumicato con legno di ciliegio e di alloro, che conferiscono un sentore fine di fumo al prodotto.
Iniziamo a conoscere alcuni dei nostri amici produttori:![]()
Matteo Correggia. Qualità ed eccellenza senza compromessi. Anche fra le stelle. Grazie all’amico astronomo Vincenzo Zappalà. Sì, perché a Matteo, scomparso improvvisamente a 38 anni in vigna, lasciando una famiglia, è dedicato l’asteroide 1984 EQ, scoperto nel 1984 in Arizona. Famiglia che oggi continua con grandi risultati il suo lavoro, senza tradirne l’anima. Siamo nel Cuneese, sulle colline del Roero. A Canale. E Matteo di queste terre è stato un grande protagonista, il primo a credere nel territorio e in una denominazione e, importando la qualità francese, a tracciare un solco oggi seguito da molti. Matteo intuitivo, visionario, rivoluzionario. Uno che nella metà anni ‘80 ereditando l’azienda agricola decide di coltivare vigne e produrre vino dove fino ad allora si erano coltivate frutta e verdura. Investe su Nebbiolo, Barbera, Arneis e Brachetto. Matteo pioniere dei cru nel 1987. Matteo che nel suo lavoro ci credeva e lo viveva come un dono. Le etichette sono opera di un recente restyling dell’artista uruguaiano Coco Cano. Racconta Ornella Costa: “Coco Cano ha conosciuto mio marito prima di me. Ha disegnato le etichette dei suoi primi vini, una sintonia immediata. Quando gli ha proposto il disegno delle colline con un sole, colline che nella loro estensione gli ricordavano il mare che lo divideva dall’Uruguay, il progetto è subito diventato il nostro logo aziendale”. Degustiamo il Nebbiolo in purezza Matteo Correggia, dalla vigna più vecchia. Un vino che ha seguito un affinamento molto innovativo per quanto riguarda il materiale utilizzato. “Ceramica al 100%, motivo per cui non potremo utilizzare la denominazione Roero e lo chiameremo Vino Rosso, ma il progetto va oltre la denominazione”, spiega. “È mio figlio che ha scelto questo affinamento così innovativo, come innovativo era mio marito”. Il vino del cuore si chiama Per papà. Sì, il papà di Giovanni e di Brigitta.
Domenico Clerico. Vignaiolo appassionato, ci ha lasciati l’anno scorso, a luglio. La moglie Giuliana Viberti condivide con noi Percristina, il Barolo da cru Mosconi, di Monforte d’Alba, dedicato alla figlia scomparsa all’età di sette anni. Come dice Giuliana, il vino dei ricordi, la cui prima annata risale al 1995: “Non posso sprecare tutto, abbiamo creato l’azienda insieme, in quarant’anni. Continuare è il mio modo di essere, oltre che un sentimento”. Siamo nel cuore delle Langhe, tra gente autentica che non si risparmia nel lavoro. Domenico è stato un innovatore, un personaggio-persona la cui mancanza è molto sentita sul territorio, sicuramente uno dei più grandi produttori di Barolo. Sul vino aveva scommesso tutto, tralasciando le colture ortofrutticole subito quando eredita l’azienda di famiglia. Domenico opera una cesura importante col passato: abbandona la pratica familiare di conferimento di uve alla cantina sociale e inizia a vinificarle in proprio. Chiara la decisione di puntare sulla qualità estrema, valorizzando al massimo quello che il territorio generosamente offriva. Degustiamo anche il Barolo Ciabot Mentin Ginestra, un cru della zona di Monforte, di un terreno a 500 metri s.l.m., molto argilloso. “È un’azienda che abbiamo acquistato nel 2001, la prima, sempre senza soldi, non ne avevamo. È una zona che merita molto: un anfiteatro naturale”. E continua: “Domenico è un ricordo che mi aiuta ad andare avanti. Non era enologo ma faceva lui i vini grazie a tanta esperienza, voglia di conoscere e sperimentare. E con tanto amore”. Oggi sono 21 ettari in alcune delle migliori sottozone di Monforte d’Alba e Serralunga d’Alba. Domenico credeva fortemente che il vino fosse il territorio a farlo. Grandi Uomini. Uomini per cui una stretta di mano aveva ancora un significato.
Consorzio della Vernaccia di San Gimignano. Uno dei pochi bianchi toscani in una terra di grandi rossi e prima doc italiana (6 maggio 1966). Centodieci soci, ottocento ettari, presidente e produttrice vinicola Letizia Cesani, presente con la sua Vernaccia, perfetta sotto il profilo gusto-olfattivo e premiata con i Tre Bicchieri del Gambero Rosso. Tra gli obiettivi del consorzio tutelare l’identità della Vernaccia e al tempo stesso riqualificarne l’immagine svecchiandola. Il vino del cuore è la Vernaccia 40, creata in occasione del suo quarantesimo anniversario e dedicata a Francesca Pecorari. Una decina le aziende del consorzio presenti. Filo conduttore è la capacità di essere un vino sotto traccia, mai urlato, un vino che sa stare a tavola accompagnandola senza disturbare, che si racconta e che va ascoltato, con un buon potenziale di invecchiamento. Col tempo acquisisce note minerali e di pietra focaia caratterizzanti.
(In foto sotto, il nostro vino della solidarietà “Fatto in paradiso”. Qui nel sito le modalità per acquistarlo)
Nel corso del nostro racconto non possiamo non parlare del Friuli Venezia Giulia, dei luoghi in cui Francesca è nata e cresciuta. E lo facciamo con una lezione approfondita sul territorio del suo papà, Alvaro. Quella di Francesca è una famiglia di viticoltori a San Lorenzo Isontino, nel Goriziano, nell’ ultimo tratto orientale della pianura friulana. Ma non siamo qui per parlare dell’azienda e dei suoi grandi vini. Siamo qui per condividere, almeno ci proviamo, uno spaccato storico fondamentale dell’Italia, cercando di comunicare valori e pezzi di vita che per noi sono autentici. E lo facciamo raccontando il territorio in cui ci muoviamo e in cui oggi ha sede la Fondazione Francesca Pecorari. Quella di Francesca è stata un’ adolescenza improntata su pochi ma solidi concetti: studio, lavoro in azienda, rimboccarsi le maniche per prepararsi un futuro. E poi gli amici, un piccolo gruppo musicale, il desiderio di viaggiare per conoscere, per capire il mondo vivendo altre culture. Sempre con la schiena dritta e con il sorriso. Un futuro che ha preso inaspettatamente e in maniera fulminea una piega diversa. Francesca aveva solo vent’anni. Il viaggio avrebbe dovuto essere un altro. Proprio per questo la solidarietà non è un valore astratto o un gioco per noi: dietro ci sono delle persone, dei sogni da realizzare, nel nostro caso sono i progetti educativi che riguardano i bambini delle zone più disagiate, ci sono delle attese che non devono essere disattese. Quindi, quel volo proviamo a farlo lo stesso. Anche con un’ala mozzata. È il volo della fenice. E da questi valori ci è impossibile prescindere.![]()
Alvaro Pecorari racconta la sua terra, intrecciando vino e storia in un binomio inscindibile, ai produttori che hanno partecipato alla festa di compleanno di Francesca con i vini del cuore. Un gesto di gratitudine verso chi ha contribuito con impegno fattivo alla solidarietà. E lo fa dal monte San Michele, un suggestivo rilievo carsico in provincia di Gorizia, teatro di numerose battaglie durante la Grande Guerra, quando il Friuli si trovava diviso tra Regno d’Italia (provincia di Udine) e Austria-Ungheria (Contea di Gorizia e Gradisca). Un luogo disseminato di trincee, camminamenti, caverne. Dove si è fatta la storia dell’Italia…
“Sembra che abbiamo fatto tanta strada in auto, ma in realtà siamo a quattro chilometri dal paese col campanile veneziano che vediamo in lontananza ed è lì, sotto il campanile, che noi abbiamo l’azienda. A San Lorenzo Isontino. Il giro è più lungo perché lunga è la strada. È un angolo di osservazione privilegiato, questo. Quando si pensa a una zona viticola si crede che per vederla tutta sia necessario muoversi di parecchi chilometri. Ebbene, da qui, da questa terrazza panoramica sul monte San Michele, vediamo l’orizzonte, tutto il Friuli orientale. Sulla destra sorge la città di Gorizia, quella che un tempo era chiamata Nizza asburgica, bagnata dal fiume Isonzo: la parte che guarda versi di noi è la Gorizia italiana, quella sotto il monte è la Nova Gorica, ossia la città slovena, che oggi è più grande di quella italiana. Gorizia si affaccia sulla pianura isontina ed è un punto nevralgico fra mondo latino, slavo, germanico. Sulle sue alture, ad Oslavia, si trova l’imponente ossario con le spoglie dei soldati italiani e austro-ungarici caduti nella Grande Guerra. Ecco, su questo asse in direzione est, fino al monte innevato davanti a noi, scorre per un’ottantina di chilometri il confine orientale Italia-Slovenia. Il Monte Nero, che sorge a Caporetto, a pochi chilometri dal confine con il Friuli Venezia Giulia, domina quasi tutta la vallata del medio Isonzo: lassù in cima a monti, a oltre 2000 metri, persistono nevai estivi, caratteristico è il Lavador (lavatoio) innevato. Il Canin, sul cui lato nord sono presenti tre piccoli ghiacciai, è l’ultima montagna delle Alpi Giulie in terra italiana ed è la cima più alta (2587 m s.l.m.), oltre che una delle zone più nevose delle Alpi. Nel suo altopiano calcareo, oggi interessato da episodi di carsismo, possiamo trovare grotte abissali, di oltre mille metri di profondità. Là in alto, a sinistra, si intravede una sagoma scura: sono gli aspri massicci rocciosi delle Alpi Carniche, le più antiche dell’arco alpino, che segnano il confine con l’Austria. Quando con lo sguardo arriviamo nella vallata, avvolta dalla nebbia, immaginiamo la pianura friulana che guarda verso il Veneto. Se la vista fosse bella avremmo una veduta sulle montagne alle spalle di Pordenone. Ai piedi delle Prealpi Carniche incontriamo la base aerea Nato di Aviano: da qui a Gorizia lo sviluppo è di 150 chilometri. Questo è tutto l’ angolo orientale del Friuli, un asse che prima corre da sud verso nord come confine sloveno e poi da est verso ovest come confine austriaco. Una panoramica che è fondamentale per capire la posizione di una regione incastrata in mezzo a diverse situazioni storiche: da una parte i popoli slavi, dall’ altra quelli germanici. Da questa i popoli latini. La posizione geografica è rimasta la centralità storica del nostro territorio. ![]()
Non resta che chiedersi cosa possa essere successo da un punto di vista geologico. Quaranta milioni di anni fa qui c’ era il mare. Quando si è ritirato sono emersi i fondali marini. Che oggi sono tutte colline, dolci colline che si rincorrono senza soluzione di continuità. Le prime dietro il paese di San Lorenzo Isontino, molto boschive, sono italiane, dietro c’è il Brda sloveno. I due terzi di quest’area denominata Collio si trovano in Slovenia, così come tutti quei paesini che si arrampicano là in alto, a un chilometro in linea d’aria. È il mare il grande protagonista invisibile che ha creato un paesaggio di colline con terreni di sabbie compresse, marne calcaree e arenarie stratificate di origine eocenica, ricche di sali. Le arenarie sono le rocce più dure utilizzate come pietra da costruzione fino a cent’ anni fa. A est di questa zona di collina, al confine con la Slovenia, si estende l’altopiano Carsico, che significa terra rossa, arida, sassosa, ricca di calcare e ferro. Il triangolo Gorizia-Cormons-Gradisca racchiude invece l’ area che ha questa conformazione pianeggiante, un’ area che si è formata quarantamila anni fa con le ultime glaciazioni del periodo quaternario: il ghiacciaio dell’Isonzo scendeva dal punto in cui si incontrano oggi i tre confini Austria-Slovenia-Italia fino all’ altezza di Gorizia, qui ha finito di attraversare la zona montana e si è trovato di fronte un terreno di origine marina facilmente perforabile, per cui ha girato il senso di attività: non più nord-sud ma est-ovest. Man mano che avanzava si allargava, a un certo punto era più largo che lungo e non aveva più forza per spingere: così è finita l’ azione del ghiacciaio dell’ Isonzo. Si sono formati terreni di origine glaciale: le acque di scioglimento hanno trasportato dalla montagna rocce che hanno riempito il fosso che il ghiacciaio aveva scavato. Il nostro vigneto non porta la denominazione Collio ma Friuli Isonzo proprio perché si trova su questi plateau. Sotto i nostri piedi abbiamo un materasso ghiaioso di circa 40 metri di spessore. Ma a Gorizia raggiunge i 100 metri. Il plateau ha tre quote rispetto al livello del mare: 110 metri a Gorizia, 60 a San Lorenzo Isontino, 24 a ridosso del fiume. Ne risultano vini molto personali, sicuramente unici. Questa zona è un po’ meridionale perché Gorizia cade esattamente sul 46° parallelo, una situazione ideale per i vini rossi: la parte settentrionale della Valpolicella, le Langhe, la Valle del Rodano, Bordeaux sono tutte su questo parallelo. Sono aree con una propensione naturale per vini di struttura e di corpo. Una domanda sorge a questo punto spontanea: perché allora qui produciamo vini bianchi, o meglio la zona ne è particolarmente vocata? Facciamo cento metri verso sud, sulla montagna, e da un altro belvedere strategico ve lo spiego. Tutto questo attraversando a piedi dei percorsi di cannoni, a 240 m s.l.m.: erano quelli austriaci, perché l’ Austria è arrivata nel 1495 e se ne è andata nel 1918. Sono terre austriache le nostre, mia nonna era austriaca all’ anagrafe e il mio bisnonno ha combattuto nell’ esercito austriaco durante la Grande Guerra. Questi cannoni uscivano dalla montagna e difendevano Gorizia dai soldati italiani che volevano conquistarla. Per tre anni la guerra si è combattuta qui sotto, causando 111mila morti italiani, senza contare quelli austriaci e ungheresi. La nostra storia è sempre stata condizionata dalla posizione geografica: alla testata settentrionale del mar Adriatico e alla porta d’ ingresso da Oriente per l’ Italia. Il San Michele, nel cuore del Carso isontino, è un monte importante, oltre che suggestivo, proprio perché fulcro degli eventi bellici. Quest’anno si festeggia il centenario della fine della guerra. Peccato, e sono un po’ critico, abbiano abbellito la zona per i politici in visita senza concentrarsi sull’ obiettivo vero: portare qui le scolaresche, perché questo è un museo a cielo aperto in cui si è fatta la storia. Anche se oggi è frequentato più da ungheresi e austriaci che da italiani.
La parte orientale del Friuli si è distinta per i vini bianchi grazie allo scontro climatico continentale-alpino e mediterraneo. Scontro che provoca movimenti di masse d’ aria. La Valle del Vipacco è la porta dei venti dominanti di origine balcanica, come la Bora, che soffia da nord-est e abbatte l’umidità atmosferica, facilitando un microclima ideale per la completa maturazione delle uve. In particolare, diventa cruciale nella fase centrale di maturazione, nel periodo di luglio, agosto e settembre. La Bora riesce a creare quell’ effetto dello sbalzo termico che tende ad abbassare le temperature di notte e a favorire maturazioni lente, dove la parte aromatica dell’uva si esalta. È qui che comincia il gioco dei bianchi. La realtà dei nostri vini è molto condizionata dalla presenza di venti di origine balcanica che favoriscono lo sbalzo termico. Al tempo stesso siamo protetti dalle perturbazioni atlantiche dalla barriera delle Alpi Giulie. L’ aroma si esprime meglio proprio grazie al rallentamento della maturazione e dalla buccia si trasferisce nella polpa e nel vino: non serve essere in Alto Adige per poter estrarre aromi e neanche sull’ Etna, dove riescono a dar vita a vini aromatici grazie a differenze di temperature fra giorno e notte anche di 25 gradi. È il gioco della natura che ci favorisce. C’ è una sola regione in Italia che ha una posizione più cruciale della nostra: la Sicilia. Ma noi siamo subito secondi perché qui sono passate tutte le più grandi civiltà del passato: Roma ha messo lì Aquileia, che non esisteva, alla testa del Mar Adriatico, per favorire i trasporti via mare delle legioni: i legionari sbarcavano e per la loro politica di espansione territoriale ripartivano usando la Valle del Vipacco come strada verso nord-est. Aquileia nel I secolo d.C. era seconda solo a Roma per numero di abitanti. In questo modo è arrivata in Friuli una cultura alimentare di tipo mediterraneo: olio, grano e vino. I primi vigneti sono nati sul litorale, dove oggi sono in mano a cantine sociali che puntano a produrre Prosecco e Pinot Grigio a duecento quintali per ettaro, facendo quindi un altro tipo di vino dal nostro. Quella è una zona che sta soffrendo di mancanza di identità, però vi si possono fare grandi rossi perché, quanto a suolo e clima, ci sono condizioni molto simili alla riva destra di Bordeaux, artefice dei miracoli negli anni ’90 con Pomerol e Saint-Emilion. Dopo Roma, sul territorio ha avuto una fase breve ma importante la Serenissima, che ha preso il Friuli come baluardo difensivo degli interessi commerciali del Nord dell’ Adriatico, favorendo nel 1400 l’insorgere di città-fortezza il cui perno era Palmanova. Anche Gradisca era una fortezza ed è stata incendiata dai turchi per tre volte in cinquant’ anni, perché l’ Impero Ottomano contrastava la Repubblica di Venezia per il predominio del Mediterraneo orientale. I turchi risalivano la Dalmazia usando la Valle del Vipacco per entrare. Venezia ha avuto un ruolo di spicco sul vino: sono arrivati vitigni anche dalla Grecia, dal Peloponneso: pensiamo alle Malvasie, che sono più presenti in Istria, ma soprattutto alla Rebula, ossia la Ribolla, che ha trovato un terreno molto fertile non in Italia ma sulle colline del Brda sloveno. Oggi il 60% del vigneto sloveno è costituito dalla Ribolla, un vitigno che proviene da terreni rocciosi, ha bisogno di tanto caldo, eppure non riesce a fare gradazione alcolica e mantiene acidità elevatissime. La Ribolla vive bene sulla roccia e deve stare sotto il sole tutto il giorno, senza acqua, per questo le colline più alte del Brda sloveno sono ideali.
Nel 1495 il patriarcato di Aquileia concede alla famiglia degli Asburgo il controllo della contea di Gorizia e di Gradisca. Gli Asburgo sono arrivati e hanno capito subito che questo era un punto cruciale per l’ Impero. Cospicui investimenti sul territorio ne sono stati la conseguenza logica. È nato il porto di Trieste, che dopo l’ apertura del Canale di Suez è diventato il sesto porto mondiale per movimento di traffici verso nord. In quegli anni è stata costruita anche la prima grande ferrovia europea, la transalpina, che congiunge Trieste a Vienna. E si coltivava frutta in grandi quantità: questa zona era il giardino dell’ Impero. Alla fine del 1800 l’ Austria ha investito nel vino e sono arrivati sauvignon blanc, chardonnay, merlot e cabernet, più tardi anche il pinot grigio. Abbiamo un’ eredità austriaca importante. I nostri vitigni, se tralasciamo gli autoctoni, sono qui da 130 anni e ormai si sono acclimatati al punto che non trovo corretto chiamarli internazionali. La nostra non è una viticoltura latina, perché il vino non porta il nome del territorio, come il Barolo, il Chianti, il Valpolicella. Noi apparteniamo a un mondo germanico: è l’ uva che dà il nome al vino. Purtroppo questa regione è ancora un po’ sottovalutata. Con la Grande Guerra siamo passati dall’ essere il meridione di un impero florido al settentrione di un regno povero, ed è già un duro colpo. La Seconda guerra mondiale ha creato una regione cuscinetto tra un’ area orientale dove comandava il blocco russo e un’ area occidentale dove comandavano americani, inglesi e francesi. Per tanti anni siamo stati abbandonati qui con la nostra storia. Nessuna terra è stata soggetta attraverso i millenni della civiltà a vicende tanto varie e a prove tanto atroci. E questo ci ha forgiato il carattere”.
Alla festa di compleanno non poteva mancare New Humanity, altro tassello importante per l’ attività umanitaria della nostra Fondazione. Prima di fare il punto della situazione dei progetti in Myanmar, ex colonia britannica dell’Asia sud-orientale governata per cinquant’anni da un regime militare oscurantista che ha colpito pesantemente i diritti umani, ricordiamo che New Humanity è l’associazione di volontariato e di solidarietà internazionale senza scopo di lucro nata nel 1992 da una costola del Pime (Pontificio istituto missioni estere) per sostenere progetti di sviluppo a favore dei più deboli in Asia, in particolare in Cambogia e dal 2002 in Myanmar, sede storica dei padri del Pime. Vari i campi di azione: disabilità, educazione, sviluppo agricolo. Una lunga collaborazione che ci ha portati, come nel caso della comunità di Sant’ Egidio in Africa, a risultati tangibili. Il ricordo di Alvaro Pecorari, papà di Francesca, è per un amico, fratel Fabio Mussi, missionario laico del Pime di Milano che ha sempre creduto nella lotta al terrorismo attraverso l’istruzione e nella promozione dell’ educazione come strumento per garantire dignità ai diritti dell’uomo e sconfiggere la povertà. Mussi promuove la costruzione di scuole in territori difficili, dove spesso viene meno la fiducia reciproca tra i diversi gruppi etnico-religiosi.
MYANMAR E NEW HUMANITY. Economicamente il Myanmar nel 2016 è ancora uno dei paesi più poveri e meno sviluppati e secondo molte organizzazioni, come Amnesty International, ha poca considerazione dei diritti dell’uomo. Dal 2010 si assiste a un’ apertura che ha portato a una vittoria delle forze democratiche, incentivando un primo sviluppo sia in termini di libertà individuali sia in termini economici, ma la questione annosa resta quella delle minoranze etniche, crocevia di tradizioni e culture che hanno plasmato il paese. Si contano circa 130 gruppi etnici, un vero caleidoscopio umano di lingue. Dall’ indipendenza del 1948 tre quarti del Paese (più o meno 30 milioni di abitanti) è costituito dall’ etnia birmana Bamar, mentre il restante 30% si compone di numerose minoranze etniche, linguistiche, religiose con cui nel corso della storia ci sono stati contrasti fortissimi, vere e proprie guerre civili. Nel lungo cammino verso la democrazia il ruolo dell’ esercito (con il suo punto di vista nazionalista e repressivo delle minoranze) si fa ancora sentire per via della costituzione che quel ruolo glielo riconosce. Per quanto riguarda il nostro impegno come onlus in Myanmar facciamo il punto della situazione con Francesca Benigno, intervenuta alla Festa di compleanno in rappresentanza di New Humanity: “Siamo entrati in Myanmar nel 2002 raccogliendo l’eredità dei missionari del Pime, forti di un’ esperienza di centocinquant’ anni. La Fondazione Francesca Pecorari ci è stata vicino dall’ inizio, già nel 2005 è terminata la costruzione della prima scuola insieme, raccogliendo la sfida in un settore difficile e prioritario come quello dell’educazione, completamente smantellato dalla dittatura militare salita al potere col colpo di Stato del 1962. Pochissimi gli investimenti nel settore, da qui la decisione, insieme alla Fondazione, di iniziare a costruire scuole che venissero successivamente affidate alla gestione del governo e della comunità locale. Nel corso degli anni abbiamo costruito altre quattro scuole primarie, dando la possibilità di studiare a cinquecento studenti”. Sono stati anni di instabilità, di tensioni, anni in cui la Fondazione Francesca Pecorari non è mai persa d’ animo. Nel 2015 qualcosa di nuovo succede: le prime elezioni democratiche dal 1990. Cambia il governo e assistiamo a una certa apertura al mondo. Ma nonostante gli investimenti nell’ educazione siano triplicati non sono ancora rose e fiori. Continua: “Il tasso di abbandono nelle scuole primarie è del 15%, dati Unicef che salgono nelle zone rurali. Un bambino su due, finito il ciclo di istruzione primaria, non si iscrive agli studi secondari, in quanto l’obbligo scolastico è previsto fino a dieci anni di età. Nel 2016 è partita un’ altra sfida: investire negli asili e quindi nell’ educazione prescolare. Per tre motivi. Primo, perché è un’ età fondamentale per lo sviluppo caratteriale del bambino. Secondo, perché nelle aree rurali in cui operiamo vivono principalmente minoranze etniche che hanno altri usi altri costumi e un’altra lingua rispetto a quella ufficiale adottata nelle scuole: il birmano. Questo comporta per i giovani studenti difficoltà notevoli di inserimento. Lavorare negli asili ci permette di insegnare ai bambini il birmano. Ultimo, ma non meno importante, motivo è che possiamo lavorare con le famiglie e fargli capire l’ importanza dell’ educazione e il suo ruolo formante. Se i bambini si inseriscono bene nella scuola primaria il tasso di abbandono diminuisce. Alla Fondazione abbiamo proposto di affiancarci in questo progetto, in particolare nella costruzione di due asili nei villaggi di Naung Choo e Naung Leng. Costruzione che è iniziata nel 2016 e si è conclusa nel 2017. Attualmente i due asili sono frequentati da cinquanta bambini. Come onlus siamo ancora in una fase di accompagnamento e formazione continua degli insegnanti. Poi li affideremo alla comunità locale”.
New Humanity ha iniziato la sua attività in Cambogia, nel 1992, l’ anno dopo l’arrivo dei padri del Pime nel Paese, dando un contributo significativo al rilancio degli studi universitari di Scienze sociali. Attività che si è allargata all’educazione prescolare. Successivamente l’arrivo in Myanmar nelle province di Yangon, Taunggyi e Kyaing Tong. Nella capitale Yangon l’associazione collabora con vari enti statali, privati, scuole buddiste e istituzioni cristiane. Il suo percorso in Cambogia si è concluso dopo 24 anni, con la consapevolezza di aver creato legami profondi con la chiesa locale e con le organizzazioni che oggi le hanno permesso di uscire di scena serenamente, ricordando che il fine ultimo della cooperazione è “aiutare i poveri perché non abbiano più bisogno di noi”. Aiutarli ad essere indipendenti. Questo il senso.
Disarmo, sviluppo, cooperazione, solidarietà internazionale in un’ottica di reciprocità sono alla base della spiritualità e dei rapporti internazionali. Ci piace concludere con lo spirito di fratellanza universale così come è proclamato nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Peccato che troppo spesso ce lo dimentichiamo.
